“DIALOGHI CON MARCEL PROUST”. Poesia e pittura, dieci anni di incontri

E-book, R. Mosi e E. Guerrini - Introduzione di “Literary”

1-1

Roberto Mosi

Enrico Guerrini

LINK poesia3002

DIALOGHI CON MARCEL PROUST

Poesia e pittura, dieci anni di incontri

E-book, luglio 2021

LINK LITERARY

+ + + + + +

+ + + + +

+ + +

Roberto Mosi, Enrico Guerrini

DIALOGHI CON MARCEL PROUST

Poesia e pittura, dieci anni di incontri

E-book, luglio 2021 (in progress)

+ + + + + +

+ + + + +

+ + +

INDICE

Premessa. Incontri felici con Marcel Proust

1. Il sapore del ricordo

2. Narrare

3. Pittura, la creazione del mondo

4. Il biancospino

5. Incontrarsi all’Hotel Ritz

6. Il viaggio (sognato) a Firenze

7. Il profumo del tempo

8. Incontri

9. Amiche e amici

10. Nella stanza foderata di sughero

11. Narciso

Postfazione. Silvia Ranzi, omaggio a Marcel Proust

Gli autori

+ + + + + +

+ + + + +

+ + +

INTRODUZIONE


Vedi “Literary”

PREMESSA

Incontri felici con Marcel Proust

Le edizioni LaRecherche, con sede a Roma, invitano ogni anno scrittori, poeti, fotografi, pittori, a proporre un contributo per la creazione di antologie, nella forma dell’e-book, dedicate a temi proustiani, nella ricorrenza del 10 luglio, il giorno del 10 luglio, il giorno della nascita dello scrittore francese (Parigi 10 luglio 1871 – Parigi 18 novembre 1922).

Quest’anno si celebrano i centocinquant’anni dalla nascita di Marcel Proust.

Sono dieci anni che noi, Roberto Mosi e Enrico Guerrini, il poeta e il pittore, rispondiamo all’’invito: la forma è quella della poesia alla quale segue, in occasione delle presentazioni nelle librerie, nei circoli, nei caffè letterari, quella del disegno e della pittura.

Al passaggio dei dieci anni di questo impegno, segnato da una serie infinita di felici appuntamenti, ci è sembrato naturale raccogliere in un e-book, i nostri contributi.

Nelle pagine che seguono, per ognuno dei dieci anni, è riportato il titolo dell’argomento, un passaggio dell’opera di Marcel Proust, l’Antologia per la quale LaRecherche invitava a partecipare, la nostra risposta all’invito nella forma della poesia e della pittura.

È stato, in definitiva, un costante dialogo con le molte domande che Marcel Proust si pone, e ci pone, nello svolgersi della sua affascinante ricerca letteraria.

Al lettore il compito di inserirsi, se lo ritiene, in questo dialogo e di cercare altre domande, altre risposte.



+ + + + + +

+ + + + +

+ + +

Il sapore del ricordo

Anno 2011

Françoise, felice di dedicarsi a quell’arte della cucina per la quale aveva

un certo dono … andava lei stessa ai Mercati a farsi dare i più bei quarti

di lombo, di stinco di bue, di zampa di vitello, come Michelangelo che

passava otto mesi nelle montagne di Carrara a scegliere i blocchi di

marmo…

Marcel Proust, All’ombra delle fanciulle in fiore

INVITO: Aa. Vv. , a cura di Giuliano Brenna e Roberto Maggiani, “Conversazioni con Proust”, ww.laRecherche.it, n. 28, Roma 2011.

RISPOSTA: Roberto Mosi, Wunderkammer / Cucina.

Wunderkammer / Cucina

Cucina avamposto

della casa dei Proust,

dalla tavola di marmo

decollano i piatti guarniti

serviti al ricevimento

in una nuvola di commenti,

l’eco delle voci

raggiunge la porta.

Cucina porto di sbarco,

la borsa della spesa

arriva da Les Halles

alla tavola di marmo,

freschezza del rombo

primizie della stagione,

scelte da Michelangelo

tra i marmi di Carrara.

Cucina impero

di Françoise, ordini alle forze

della natura arrivate in aiuto,

dirige l’orchestra

dei servitori,

accoglie solenne

i complimenti dell’Ambasciatore

per l’arrosto di bue

deposto su cristalli di gelatina.

Cucina miraggio

per la memoria della gola,

il sapore della lettura

mischiata al gusto dei sapori,

i lamponi del Signor Swann

la torta alle mandorle

la crema al cioccolato

l’impasto per la petite madeleine.

Cucina caleidoscopio

abitata dalla curiosità di Marcel

per l’arte di Françoise

per il manzo alla moda,

per il sapore inebriante del sugo

dopo tre ore di cottura,

ricco di bocconcini di carne:

le storie dei suoi personaggi.

Cucina crocevia

per i ricordi della mia cucina,

centro della vita intorno

alla tavola di marmo,

abitata da storie e novelle,

da ospiti, piatti, tinozze per il bagno,

dalla mano del nonno

che protegge dagli spigoli.

Cucina museo,

al centro della fotografia

la trama lucida del marmo,

ai lati la dispensa

l’occhio spento dei fornelli

l’acquaio muto per sempre,

alle pareti lo scaldaletto

scaldavivande di rame

ombre della vita passata.

Cucina attesa

per la veglia di Céleste,

seduta alla tavola di marmo

in compagnia dei personaggi,

degli incontri di Marcel.

Il campanello dalla camera:

“Adesso glielo dico: stanotte

ho messo la parola fine”.

Grazie, Céleste Albaret.




+ + + + + +

+ + + + +

+ + +

Narrare

Anno 2012

Alla svolta di una stradina, provai all’improvviso quel piacere speciale,

che non assomiglia a nessun altro, nello scorgere i due campanili di Martinville, sui quali batteva il sole al tramonto e che per il movimento della

carrozza e le curve della strada sembravano cambiare di posto.

Marcel Proust, Dalla parte di Swann

INVITO: Aa. Vv., a cura di Giuliano Brenna e Roberto Maggiani, Da Illiers a Cabourg, www.laRecherche.it , n. 113, Roma 2012.

RISPOSTA: Roberto Mosi, I campanili di Martinville.

I campanili di Martinville

I.

Il campanile appare

dal treno, un’unghia

che graffia stridendo

il cielo, intorno il gregge

delle case. “Siamo arrivati!”.

Ah, la Francia dei campanili,

delle cattedrali alte

su ondeggianti pianure.

“Céleste, la mia opera

è come una cattedrale”.

Immagini animate

di campanili, raccolte

nei quartieri di Parigi,

dall’automobile a Caen,

sulle colline di Combray.

II.

Lo sguardo del ragazzo

scruta i fianchi di pietra

del campanile di Combray

le finestre scandite,

occhi di un viso regolare.

“Ha un’aria naturale

e distinta”, sorride la nonna

seguendo lo slancio

della guglia addolcita

dagli ultimi raggi di sole.

La fuga delle pietre

in alto in alto, due mani

giunte nella preghiera,

coronamento di ogni

punto di vista della città.

Le pietre lanciano fuori

centinaia di corvi

partono infiniti voli,

li riassorbono, sparisce

il frullio delle ali.

III.

“Non ho talento, pensa,

non ho un’idea illuminante”.

Marcel penetra l’impasto

d’argilla, lo scompone.

Cercano le mani, la mente.

“Salite sulla carrozza”.

Corrono come il vento

i cavalli del dottore

sulla via del ritorno,

dalla parte di Guermantes.

Alla svolta della strada

i due campanili di Martinville

si muovono, cambiano

di posto, un terzo

arriva da oltre la valle.

Al girare della carrozza

lasciano la posizione,

si spingono l’uno accanto

all’altro, si mettono in fila

si dividono, fuggono.

“Giganteschi, incombenti

con tutta la loro altezza

si gettarono davanti a noi,

avemmo appena il tempo

di fermarci davanti al portone”.

Dalla collina di fronte

scorge ancora le pareti

assolate: si aprono,

la corteccia si squarcia,

appare quello che era nascosto.

V.

“Dottore, una matita,

della carta”. L’urgenza

del pensiero, delle parole:

“Li rivedo come tre fiori

sopra i campi, dipinti nel cielo”.

“Sono anche le tre ragazze

di una leggenda, abbandonate

in un luogo solitario”.

Si stringono l’una all’altra,

una sola sagoma nera.

Qualcosa si agita nella mente,

un’idea, la riveste di parole,

scrive sulla carta espressioni,

forse, per un libro,

da comunicare al mondo.

“La gallina ha fatto l’uovo!”

Marcel canta a cassetta

accanto al cocchiere,

un foglietto nelle tasche,

le mani sporche d’argilla.





+ + + + + +

+ + + + +

+ + +


Pittura, la creazione del mondo

Anno 2013

E lo studio di Elstir mi apparve come il laboratorio di una specie di

nuova creazione del mondo, in cui, dal caos che sono tutte le cose che

noi vediamo, egli aveva tratto… qui un’onda del mare che schiacciava

con collera sulla sabbia la sua schiuma lilla, là un giovane vestito di tela

bianca.

Marcel Proust, All’ombra delle fanciulle in fiore

INVITO: Aa. Vv. , a cura di Giuliano Brenna e Roberto Maggiani,

Salon Proust, www.laRecherche.it, n. 139, Roma 2013.

RISPOSTA: Roberto Mosi, Il silenzio dipinto delle pagine.

Il silenzio dipinto delle pagine

Silenzio seducente del quadro

nel rumore di folla del Salone.

Scopro metafore fissate

tra le frasi delle immagini,

pittore senza arte, compongo

dall’arte di più pittori.

Comprendo, trasformo

catturo la mia pittura

penetrando nei quadri.

Dipingo con la parola

per pennello la parola

per colore il suono della parola.

Silenzio sonoro del porto.

Multiforme, potente unità

nessun confine, terra e mare

l’acqua penetra le case, oltre

i tetti gli alberi dei battelli.

Uomini spingono alla spiaggia

barche tra i flutti, la sabbia

bagnata riflette le chiglie.

Una nave lontana nascosta

ora dagli edifici, sembra

avanzare in mezzo alla città.

Alla bocca del porto le onde

battono contro gli scogli,

uomini governano le barche

piegate ad angolo acuto,

al galoppo, veloci sul mare.

Altrove specchi d’acqua

calmi, in una bella mattina

dopo il temporale, i riflessi

degli scafi accavallati

sul profilo delle chiese.

Più lontano tratti neri,

bianchi di spume, di nebbia

compongono la carreggiata

dell’erta impennata

di una nave verso il cielo,

una carrozza che scrolla via

l’acqua all’uscire dal guado.

Silenzio ambiguo del ritratto.

Acquerello pieno d’incanto,

soggetto singolare, seducente

fascino da scoprire di giovane

donna non bella, il copricapo

orlato dal nastro color ciliegia,

la sigaretta accesa

nella mano coperta dal guanto.

Sul tavolo un vaso di rose.

Travestimento per il ballo?

Un’attrice di altri tempi

a mezzo vestita da uomo?

Tratti mascolini del volto,

forse un giovane effeminato.

Tristezza nello sguardo

posa piccante, provocante

da personaggio del teatro.

Libertà dalla normalità?

Silenzio d’acqua delle ninfee.

Cinque, sei tele per dipingere

passo dall’una all’altra

inseguendo l’attimo

la sorpresa dell’inatteso.

Punti d’osservazione diversi

per le stagioni dell’anno

il mese, il giorno, l’ora.

Una tela, un pennello diversi

al variare dei brandelli di cielo

il passare di una nuvola

l’improvvisa folata di vento

l’arrivo della tempesta.

La superficie s’increspa

s’infrange in piccole onde

si sgualcisce il telo di seta,

i colori si accendono vivi

si spengono, ombre di morte.

Silenzio simbolo di seduzione.

Danza il corpo segnato

da simboli misteriosi,

danza una rosa in mano

in attesa del carnefice,

danza davanti ad Erode

gli occhi accesi di brace,

danza per la decapitazione

sorreggendo il vassoio,

danza per la testa che brilla,

un’aureola di gloria.

La danzatrice solleva

il braccio, muove passi fatali.

Silenzio della pagina scritta.

Regno della lenta cognizione

per l’occhio educato alla pittura,

si stacca dal ritmo usuale

del tempo dello spazio,

nel laboratorio aperto

per la nuova creazione,

conquista una folla

d’immagini cospiranti,

convergenti in mille rivoli,

allontana di pagina in pagina

il soffio penetrante della morte



+ + + + + +

+ + + + +

+ + +

Il biancospino

Anno 2014

Quando, al momento di lasciare la chiesa, mi inginocchiai davanti all’altare, tutt’a un tratto, rialzandomi, sentii che i biancospini esalavano un odore dolceamaro di mandorle.

Marcel Proust, Dalla parte di Swann

INVITO: Aa. Vv. , a cura di Giuliano Brenna e Roberto Maggiani, L’Orto Botanico di Monsieur Proust, www.laRecherche.it , n. 162, Roma 2014.

RISPOSTA: Roberto Mosi, Il profumo del Biancospino (Il sentiero

di Andrea).

Il profumo del biancospino

Dalla parte del Convento

mi aspettano Giganti

folti di aeree chiome,

catturano la luce del sole.

“Che porti nello zaino?”

chiede la voce cavernosa.

“Leggerò nella radura

del bosco Alla ricerca

del tempo perduto”.

Profumano di muschio

di terra sospesa nell’aria.

Proteggono dietro di loro

giovani piante di abete

incolonnate sull’attenti

in molteplici fila regolari.

Ai margini del sentiero

forme informi di ceppaie,

antichi tagli cicatrizzati

si innestano tra loro,

riconquistano la vita.

Cavalieri sfrontati nel profumo

di una luce brillante

hanno invaso i resti

della cava di pietre

per il Convento sognato

da Sette Giovani Nobili

per le sette cime del Monte.

“Benvenuto fra castagni

frassini e quercioli,

giochiamo in pieno sole.

Hai lasciato la parte oscura

di te stesso, sei vicino

al luogo dell’incanto”.

Serpente uscito dalla tana

si affaccia il muro contorto

sotto macchie intricate,

inzuppato di muschio,

baluardo una volta ai bovini

al pascolo delle greggi.

Giganti e Cavalieri

si confondono ora ai lati

del sentiero, lasciano spazio

alla radura luminescente,

il sole proietta ombre

immagini in movimento.

Ascolto il silenzio intrecciato

con il canto degli uccelli

il tambureggiare del picchio

il saliscendi degli scoiattoli.

Il libro scivola dallo zaino,

leggo ad alta voce

Dalla parte di Swann.

Dalla parte della Città

ai bordi del prato

danzano leggiadre ballerine:

il viola rugoso del prugnolo

l’amorosa rosa selvatica

il rosso dei papaveri.

S’inchinano flessuose

al biancospino.

Mi ricordo, nel mese

di Maria ho preso ad amare

il biancospino”.

Sugli spalti dell’anfiteatro

personaggi dalle folte chiome,

ciliegio nocciolo sambuco,

da un ramo all’altro il volo

dell’averla, del fringuello.

Fra le quinte del teatro

il guizzo del ramarro

tracce del riccio, della lepre.

In disparte sul prato

caprioli brucano l’erba.

Suona incessante la voce

luminosa della sorgente,

fata amorosa e benigna.

Acqua purissima il dono,

vita per il Convento, vita

per il Sanatorio abitato

dalla tubercolosi.

Mi siedo, seguo

il profilo delle colline

interrotto dalla Cupola,

a fianco le braccia

del Sanatorio e il ricordo

degli ultimi giorni di Bruno.

Rende onore al passaggio

la squadra dei cipressi

schierata lungo il sentiero,

sullo sfondo la testa

arcigna della Ghiacciaia.

Emerge dalla terra,

assediata da rovi:

un occhio perfora

le ciclopiche mura.

“Dodici laghetti mi facevan

corona, nelle notti

d’inverno offrivano

il ghiaccio da ingoiare.

Dal mese di Maria un carro

scendeva ogni notte in città

carico di blocchi di ghiaccio,

mazzi di biancospino

sulla fronte dei cavalli”.

Ho visto i cavalli entrare

in città: il profumo

amaro del biancospino

risale la china del sentiero

dalla profondità del tempo,

incontra i personaggi

ancora vivi del bosco

nel mio Tempo Ritrovato.


+ + + + + +

+ + + + +

+ + +

Incontrarsi all’Hotel Ritz

Anno 2015

Marcel Proust fu, durante un periodo della sua vita, un habitué dell’Hôtel Ritz, in place Vendôme, luogo prestigioso nel quale amava ricevere: Era sua abitudine affittare una sala privata per cene intime con personalità del mondo letterario o aristocratici, coi quali amava intrattenersi in un ambiente raffinato che favoriva le confidenze.

Le blog interligne d’Armelle Barguillet Hauteloire, trad. G. Brenna.

INVITO: Aa. Vv., a cura di Giuliano Brenna e Roberto Maggiani, Cena al Ritz, www.laRecherche.it, n. 187, Roma 2015.

RISPOSTA: Roberto Mosi, La rosa d’argento (Cena all’Hotel Ritz).

La rosa d’argento (Cena all’Hotel Ritz)

Omaggio a Luchino Visconti

[Luchino Visconti si rivolge a Marcel Proust]

Una raccolta di foto, disegni.

Un gesto, un sapore, una luce

e vivono ancora le storie,

lingua di suoni e immagini.

Si avvolgeva in morbidi veli

due toni, lilla e grigio scuro

non si vedeva la faccia

solo una nuvola di colore.

Mi nutro di ricordi, visioni

Milano cupa, triste e gaia

spazio vitale, balli e operette

aura di profumi aristocratici.

Sono venuto al mondo

il giorno dei morti, una data

che mi si è attaccata per la vita

un cattivo fatale inizio.

Novembre, un mese opaco

a basso regime nella Pianura.

Nelle strade canali di nebbia

abitati da folle di fantasmi.

Le ferrovie camminano

a tastoni, sparando petardi.

Nebbia plumbea tra cielo

e terra, immobile il tempo.

Si dimentica di cercare

il cielo, i porci sguinzagliati

fiutano il tartufo nelle terre

grasse a filo dei torrenti.

Sono nato il due novembre

alle otto di sera, un’ora

dopo si alzava il sipario

della Scala per la Traviata.

Si nasceva a Palazzo

Visconti dopo aver dato

uno sguardo al programma

della stagione della Scala.

La sera in gran toilette

profumata Chevalier d’Orsay

si avvicinava al letto

per il bacio della buona notte.

Un’apparizione, sentivo

avvicinarsi il fruscio

della gran gonna di seta

m’investiva il dolce profumo.

Le tiepide perle della lunga

collana cadevano sulle

guance mentre si chinava

per un momento, su di me.

Ricordi, immagini, odori

sensazioni investivano

i miei sensi, un’eco profonda

persistente nella memoria.

Le storie di Morte a Venezia

erano state già vissute

nella mia vita, in stagioni

dal sapore di miele.

Vedo mia madre sulla spiaggia

legge un libro sotto la tenda,

col vento volano i capelli

si gonfia il vestito.

[Marcel Proust a Luchino Visconti]

Una rosa d’argento per te

per il tuo amore per l’amore,

ricordo della prima alla Scala

del Cavaliere della Rosa.

Il sipario rosso cupo frangiato

di oro si alza lentamente

sopra il palco presso l’orchestra

sopra lo stupore del ragazzo.

[Luchino Visconti]

All’alba mi sono svegliato,

gli invitati ancora ballavano

nella sala del Palazzo

ogni coppia una rosa d’argento.

Le candele illuminano la sala

gli specchi, gli Dei nel soffitto

il sorriso del Gattopardo

il ballo di Angelica e Tancredi.

La sala guardaroba, il primo

teatro, il lenzuolo per sipario

travestimenti: dame in pelliccia

di volpe, cappelli piumati.

I pranzi, un rito per la famiglia

i domestici in guanti bianchi,

le lotte dei ragazzi sotto la tavola,

mio padre, il sorriso del Gattopardo.

I domestici aprono tovaglie

sull’erba al “solito posto”

nel viaggio per Forte dei Marmi,

le provviste nelle ceste di paglia.

Un’infanzia felice dalla parte

di Guermantes, dolci frutti

sull’albero della vita, suoni

immagini. Il tempo ritrovato





+ + + + + +

+ + + + +

+ + +

Il viaggio (sognato) a Firenze

Anno 2016

Per farli rinascere non ebbi che da pronunciare quei nomi: Balbec, Venezia, Firenze all’interno dei quali aveva finito per accumularsi il desiderio che mi avevano ispirato i luoghi che designavano.

Marcel Proust, Dalla parte di Swann. Parte terza Nomi di paesi: il nome.

INVITO: Aa. Vv., a cura di Giuliano Brenna e Roberto Maggiani, Treni,

www.laRecherche.it, n. 82, Roma 2016.

RISPOSTA: Roberto Mosi, L’ansimare della locomotiva.

L’ansimare della locomotiva

Flora, Fiore, Fiorenza

il nome della città profuma

suona dolce al centro

d’incantevoli frasi musicali

sussurrarlo rende felici

nei tempi più grigi

squarcia le visioni più cupe

coagulate da tempeste invernali.

Il nome inzuppato di sogni

profuma di gigli, accende

una calda luce al centro

del futuro immaginato

all’arrivo della primavera

sul grigiore freddo di Parigi.

Si lega all’arte nuova

di Giotto, i disegni scanditi

da raffinate architetture

da figure vive di colori.

Da Venezia il viaggio

per conquistare la visione

di Santa Maria del Fiore

dopo un percorso di nomi

in sequenza lunghi, brevi

sordi, sonori, capaci

di accogliere immagini

accendere passioni.

Il convoglio disegnato

sulle réclames lascia

Santa Lucia alle cinque

della sera, sarà a Firenze

la mattina di Pasqua.

Ansima la locomotiva

come l’aria nel mio petto

nella pianura fra campi

di maggese e filari di viti.

Padova, un accento forte

sulla prima sillaba per l’incontro

sognato con Giotto

alla cappella dell’Arena.

Bologna annuncia nell’acquoso

nome la Maestà del Polittico

per Santa Maria degli Angeli,

la provvista dell’acqua

per la locomotiva risonante

del vapore bianco sbuffante

dai cilindri, la faticosa salita

alle gallerie nei monti,

lo stridio delle ruote di ferro

acceso di scintille di fuoco

nella discesa alla valle dell’Arno.

La locomotiva corre

a briglie sciolte, sullo sfondo

la maestà della Cupola,

Santa Maria del Fiore,

corolla divina fiorita

fra lo splendore delle colline.

I campi profumano di gigli

anemoni ai piedi degli umili ulivi,

sulle colline di Fiesole, del Pian

dei Giullari, di San Miniato.

Mi aspettano il Ponte Vecchio

le sponde stracolme di giunchiglie

narcisi e anemoni, la colazione

con frutta e vino del Chianti,

l’arte di Giotto, il Campanile

gli affreschi di Santa Croce

il Crocifisso di Ognissanti.

Il futuro immaginato

prende vita, la valigia pronta

ai miei piedi, mi esalta,

ansimo, l’oppressione dell’asma,

sono leggero, brividi

di febbre: la mongolfiera

si alza, raggiunge la Cupola

di Santa Maria del Fiore,

si alza ancora, scompare

Flora, Fiore, Fiorenza



+ + + + + +

+ + + + +

+ + +

Il profumo del tempo

Anno 2017

E all’improvviso il ricordo mi è apparso. Quel gusto era quello del pezzetto di madeleine che zia Léonie la domenica mattina a Combray… mi offriva dopo averlo inzuppato nel suo infuso di tè…

Marcel Proust, Dalla parte di Swann.

INVITO: Aa. Vv., a cura di Giuliano Brenna e Roberto Maggiani, Proust n. 7. Il profumo del tempo, www.laRecherche.it, n. 82, Roma 2017.

RISPOSTA: Roberto Mosi, L’Erta dei Catinai. Iris per la Madonna dei Ricci.

L’Erta dei Catinai.

Iris per la Madonna dei Ricci

Cammino nel mese

fiorito, dalle Cascine

del Riccio al Pian dei Giullari,

proteso su Firenze.

Iris occhieggiano sui sentieri

si distendono sui prati.

Inizia alla curva l’erta

dei Catinai in vertiginosa

salita fra ciottoli e pietre.

Un mazzo di fiori

sulla mensola del tabernacolo

della Madonna dei Ricci.

Mi sorprende il profumo

tenue, penetrante dell’iris

delicato come l’odore

della pelle della nonna.

Colgo la fragranza della borsa

che aprivo per le caramelle.

Emerge da lontane stagioni

il profumo della biancheria

appena riposta, l’odore

degli armadi, aperti

in cerca di tesori nascosti.

Un mondo di sensi ritorna.

La folla sale e scende

per l’erta dei Catinai.

Carri, barrocci carichi

di terrecotte, catini, orci

embrici, mattoni, come

ai tempi del maestro Filippo

per la costruzione della Cupola.

Cavalli, coppie di muli

asini incespicano su

per la salita. Schiocchi di frusta

imprecazioni, bestemmie.

Un mondo che odora

di lavoro, di fatica, di sudore.

Antonio tira forte il cavallo

per la cavezza, il barroccio

stracolmo di catini.

In un angolo del carro

il fiasco del vino profuma

di giaggiolo, per temperare

il sapore aspro del Chianti,

un mazzo di fiori

e una boccetta d’essenza

per la ragazza di città.

Tra la folla, le lavandaie

portano cesti di biancheria

lavata nelle acque dell’Ema

e sopra i panni risplendono

mazzi di giaggioli.

In un angolo della mente

le storie, i racconti del nonno.

Iride, una madonna fiorentina

promise amore al giovane

che dipinse un fiore leggiadro

così perfetto

da ingannare una farfalla.

Da lei ebbe nome Iris,

il simbolo di Firenze.

D’estate sull’uscio di casa

le donne del paese mondano

i rizomi del giaggiolo

per farne essenze e profumi.

Si parla dei fatti della vita

di storie, di amori

di partenze senza ritorno.

Cammino

tra i fiori di maggio

dalle Cascine del Riccio

al Pian dei Giullari.

Cammino.

Dopo l’erta dei Catinai

si apre la vista su Firenze

città di bellezza elegante

preziosa come il profumo

del suo Iris

dal tono austero, riservato.

Si rivela solo a chi la ama,

a chi la sa apprezzare.

+ + + + + +

+ + + + +

+ + +

Incontri

Anno 2018

Dopo cena, ahimè, ero spesso costretto a lasciare la mamma, che rimaneva a discorrere con gli altri, in giardino se era bel tempo, nel salottino dove si ritiravano tutti, se il tempo era cattivo. Tutti, salvo la nonna che pensava che “in campagna è un delitto starsene rinchiusi” e che aveva con mio padre discussioni continue, nei giorni di gran pioggia, perché lui mi mandava a leggere nella mia stanza invece di lasciarmi star fuori. - Non così lo farete diventare robusto ed energico, - essa diceva tristemente, - soprattutto questo piccino che ha tanto bisogno di acquistare forza e volontà,

Marcel Proust, La strada di Swann

INVITO: Aa. Vv., a cura di Giuliano Brenna e Roberto Maggiani, Cherchez la femme, www.laRecherche.it, n. 226, Roma 2018.

RISPOSTA: Roberto Mosi, Opus Magistri Jocti.

Opus Magistri Jocti

Scie impalpabili di aerei sul cielo

di Firenze

raggi iridescenti dalle vetrate

nella basilica

accarezzano l’Opus Magistri Jocti

Giulia porge un mazzo di rose

alla Madonna

il capo reclinato, incoronato

da Cristo

gli occhi lunghi nell’ovale del volto

La veste bianca, trapunta d’oro

angeli

ai piedi in vesti gialle e verdi

i santi

ai lati, sinfonia di spazi e colori

Una breve sosta ogni mattina davanti

alla bellezza

prima di raggiungere la scuola da sarta

l’eleganza

da dipingere, filo e forbici

Mi fermo ancora una volta all’altare

della Cappella Baroncelli

riconosco l’ovale del volto

della nonna

le fonti di una vita fiera e felice

Ascolto ancora la sua voce, intorno

la maestà della basilica, la luce delle vetrate

l’Opus Magistri Jocti

* “Opus Magistri Jocti”, la firma apposta sul Polittico Baroncelli,

dipinto a tempera e oro su tavola (185×323 cm) di Giotto e aiuti

di bottega, databile al 1328 e conservato nella Cappella Baroncelli della basilica di Santa Croce a Firenze.

+ + + + + +

+ + + + +

+ + +

Amiche e amici

Anno 2019

Quel che avvicina non è la comunanza delle opinioni, è la consanguineità degli spiriti.

Marcel Proust, da Aforismi di F. Vasta e G. Raciti

INVITO: Aa. Vv., a cura di Giuliano Brenna e Roberto Maggiani, Una notte magica, www.laRecherche.it, n. 235, Roma 2019.

RISPOSTA: Roberto Mosi, Sul fiume di notte

Sul fiume di notte

… pensavo che già il Ponte Vecchio era cosparso

a profusione di giacinti e d’anemoni

Marcel Proust, Dalla parte di Swann,

Parte Terza, Nomi di paesi: il nome

La barca scivola al centro

del fiume foderato di notte,

la pertica affonda nell’acqua

spinta nel fondo dal barcaiolo.

Le braccia del Ponte Vecchio

si aprono illuminate di finestre,

la voce della guida s’infrange

nella volta di pietre dell’arcata.

Si compie l’incontro sognato

con la città di Giotto, per dono

il viaggio nella notte con gli amici

che intendono il respiro dell’Arte.

La barca taglia lo sfavillio

dei colori accesi dai fanali,

sfiora il cartiglio di marmo, la testa

di caprone, al Ponte a Santa Trinita.

Giacinti e anemoni sulle sponde,

si riflettono i palazzi nell’acqua,

s’immergono con gli occhi sgranati

verso di noi, fianco a fianco.

Nell’ombra scintillano d’emozione

gli sguardi degli amici, le sciarpe

di seta, i fiori della “Primavera”,

i tratti della “Madonna del Magnificat”.

Silenzio, la città è lontana,

sprofondata nel sonno, regala

la visione delle forme più nascoste

come un’amante addormentata.

Un colpo di pertica più deciso,

la barca si gira rapida, sulla via

del ritorno, l’“Estate” dal ponte

sembra sporgersi nel fiume

sullo sfondo la “Giustizia”

in piedi sulla colonna, vola

verso di noi, poi ritorna al suo

posto, la bilancia che oscilla.

Stringiamo le mani commossi

dal dono di queste visioni,

unisce il filo della memoria,

lo studio di Eltsir, le passeggiate.

Davanti all’arco sul Piazzale

degli Uffizi, la barca dirige

verso la riva, Palazzo Vecchio,

altissimo, ci viene incontro

la torre, corolla fiorita di luci.

Il barcaiolo solleva la pertica.

Guardiamo con sguardi nuovi

il fiume foderato di notte.



+ + + + + +

+ + + + +

+ + +

Nella stanza foderata di sughero

Anno 2020

Per comprendere più a fondo la proposta di questa antologia pensiamo alla stanza foderata di sughero in cui Proust si era auto isolato in una sorta di quarantena volontaria a causa della cagionevolezza della sua salute. Tutta Combray nasce sì dai ricordi ma dai ricordi di una persona in quarantena. Adesso che siamo tutti passati da una esperienza simile vediamo se, come Proust, siamo capaci di costruire una “Combray” e se siamo stati capaci di reinventare gli spazi, in cui siamo stati confinati, usando memoria e fantasia. Siccome nulla va perduto e niente accade una volta sola, la quarantena 2020 ha dato la possibilità a ciascuno di tornare con la mente a Combray e vivere quegli aspetti con lo sguardo attuale e il ricordo dell’immensa Opera proustiana.

Dalla presentazione dell’Antologia 2020

I suoi libri vegliarono come angeli dalle ali spiegate.

Marcel Proust, La Prigioniera

INVITO: Aa. Vv., a cura di Giuliano Brenna e Roberto Maggiani, Quarantena a Combray, www.laRecherche.it, n. 244, Roma 2020.

RISPOSTA: Roberto Mosi, Sinfonia: “Combray. Lontana e vicina”.

Sinfonia: “Combray. Lontana e vicina”

I)  La terrazza

Lentamente la bolla d’aria si è gonfiata

sulla terrazza sopra la città sgomenta.

La bolla mi ha inghiottito, lo sguardo

vaga dalla Torre d’Arnolfo alla Ferrovia.

Con me i ricordi di Combray, il campanile

un’unghia che graffia stridendo il cielo.

Il tempo si dilata, lo spazio sconfinato

abitato da infiniti frammenti di vita.

Il clamore del silenzio, la somma

di essere soli, in fuga l’uno dall’altro.

Invidio le rondini, leggere sfiorano

la terrazza in una scia di stridii.

La sera m’assale il gelo delle ombre

che dalla terra salgono al cielo.

II) Solitudine

Nella città devastata nessun

pensiero per la sua solitudine.

Arriva all’angolo della strada

sfila sotto la mia terrazza

sussurrando piano piano.

Si ferma al semaforo rosso

riparte pensoso per il Centro

alle fermate sale il silenzio

in vestaglia da camera verde.

Compie il giro per le vie mute

sfila ancora sotto la terrazza

per la nuova corsa nella città

con la sua inutile solitudine.

III) Straniero fra gli uomini

I giorni passano lenti sulla terrazza

aperta su uno spicchio di periferia,

gocce d’acqua sulle stalattiti della grotta.

Lo sguardo curioso insegue voli

nell’aria tiepida di primavera.

Ora lontani sullo sfondo delle case

raccolte sotto la Torre D’Arnolfo

o delle dolci colline di Fiesole

ora vicini alla balaustra di ferro

piena di fiori, gerani e garofani.

Ora conosco il nome di ogni specie

la veste delle loro piume, maschi

e femmine, il modo di far la corte

ora distinguo i loro versi di saluto

e di richiamo, il mattino e la sera.

Ora so come si alzano in volo

l’ondeggiare della traiettoria

nel vento, il fermarsi improvviso

ora non mi sorprende lo scontro

per primeggiare sul rosso dei tetti.

Ormai sono uno di loro sopra

la terrazza invasa dallo stridio

dei voli nel silenzio della città

ormai straniero tra gli uomini

ammutoliti dall’epidemia.

III) Moltitudini

Moltitudini di angeli celesti

a Natale sopra la grotta, vestiti

di oro di lino bianco e puro.

Corrono nel mondo a svegliare

chi dorme, per cantare in coro

l’amore per il nuovo nato.

Quando si spengono le luci

rimangono sulla terra,

per le strade

giacca e cravatta, gonne tweed.

Moltitudini di corpi infetti

portati via da camion militari

alla guida angeli in divisa.

Colonne di camion, la luce

blu lampeggiante in testa

chiedono strada a noi vivi.

Moltitudini di topi ovunque

piccoli odiati perseguitati

escono dalle discariche.

Moltitudini di topi corrono

nel giorno per i muri bianchi

impazziti cercano l’uscita.








+ + + + + +

+ + + + +

+ + +

Narciso

Anno 2021

Fin dal mattino, la testa girata ancora verso il muro, e pria di aver visto sopra le grandi tende della finestra, di che sfumatura fosse la striscia di luce, sapeva già che tempo faceva.

Marcel Proust, La Prigioniera

INVITO: Aa. Vv., a cura di Giuliano Brenna e Roberto Maggiani, Sette quadri da “La Prigioniera”, www.laRecherche.it, n. 247, Roma 2021.

RISPOSTA: Roberto Mosi, La Galleria dei quadri

La Galleria dei quadri

La stradina selciata di Delft

vive il silenzio del cortile

nella luce del cielo nuvoloso

tetti degradanti delle case

sul colore rosso dei mattoni

sul bianco animato dei muri

La luce illumina la donna

il bianco assoluto del latte

nella ciotola sul tavolo, versato

la fascia azzurra sui capelli

La luce incontra il colore

il vero diventa metafisica

La veduta di Deft – bisbiglia

il quadro più bello del mondo.

Bergotte cerca, Jeu de Pomme

il lembo di muro giallo oltre

la tettoia tra i tetti illuminati

Crolla ansimante sul divano

La mutevole luce degli alti

cieli ventosi d’Olanda

unisce il tempo e lo spazio

incontra la striscia delle case

di Delft, contrappunto fisso

alla vastità del cielo nuvoloso

Il primo piano nell’ombra

nel grigio della nube più alta

lo sfondo dei tetti illuminati

la luce disegna chiaroscuri

riflessi d’acqua nel bacino

oltre la striscia di sabbia

Narciso spossato dalla noia

si china, lo specchio d’acqua

invaghito dalla forma riflessa

un amore che non ha corpo

crede un corpo la sua ombra

Statua di marmo fissa se stesso

Disteso a terra contempla

due stelle, sono i suoi occhi

i capelli degni di Apollo

il collo d’avorio e la gemma

della bocca, ammira quello che

fa di lui un essere meraviglioso

Desidera, senza saperlo, se stesso

Figure bugiarde nello specchio

oscillano fra onde oscillanti

linee evanescenti dell’amore

desiderio di corpi lontani

vicini, la noia la meta finale

Irraggiungibile il nido, l’anima


+ + + + + +

+ + + + +

+ + +

+ + + + + +

+ + + + +

+ + +

+ +

POSTFAZIONE


Recensione di SILVIA RANZI sulla sezione di poesie:

“ OMAGGIO A MARCEL PROUST”

dall’ANTOLOGIA LIRICA

di ROBERTO MOSI

“ POESIE 2009 – 2016 “ Collana Perle, Ottobre 2016, Giuliano Ladolfi Editore

MARCEL PROUST (1871 – 1922)

La composita Antologia lirica di Roberto Mosi, dal variegato itinerario poetico, è contraddistinta da cicli ispirativi dalla studiata vena evocativa: l’ultima sezione è dedicata alla rivisitazione dell’universo letterario e psicologico di Marcel Proust, scrittore francese carismatico per aver fondato la sua poetica narrativa sulla “memoria involontaria” quale cardine di riesumazione di stati di coscienza nella dialettica tra il passato che riemerge ed il presente che riacquista significato nella cornice di vicende e dinamiche relazionali che trovano una compiuta narrazione nel ciclo monumentale: “ A’ la recherche du temps perdu”, polittico che consta di 7 romanzi: “Dalla parte di Swann”, “All’ombra delle fanciulle in fiore”, “ I Guermantes”, “ Sodoma e Gomorra”, “La prigioniera”, “ La fuggitiva”, “ Il tempo ritrovato” (3724 pagine).

L’io narrante tra sonno e veglia si riappropria di ricordi e sensazioni per ricostruire un’identità frammentata e dispersa: come in un preludio di Wagner si attua la resurrezione del passato.

L’opera viene scritta nel lasso di tempo fra il 1909 - all’età di 38 anni - ed il 1922, data in cui M.Proust muore di polmonite: soffriva fin da bambino di una grave forma d’asma. Gli ultimi tre romanzi usciranno postumi.

L’incipit: Le MADELEINES ed il loro gradevole impasto.

LIRICA DI R. MOSI“ LA CUCINA DI PROUST”

Cucina miraggio per la memoria della gola, / il sapore della lettura / mischiata al gusto dei sapori, /i lamponi del Signor Swann / la torta alle mandorle / la crema al cioccolato / l’impasto per la petite madeleine.

.E’ un pomeriggio di inverno. Il narratore è a casa di sua madre che gli offre una tazza di tè con un biscotto. All’assaggiarlo, egli si sente attraversato da sensazioni che non sa comprendere. Facendo il vuoto attorno a sè, riconosce un sapore familiare alla sua infanzia: quello delle “madaleines” che la vecchia zia Léonie gli dava a Combray: l’infanzia ritorna…. Il mondo perduto ritorna….Seguono le passeggiate compiute da piccolo nei dintorni di Combray…. Stretta intimità con la madre, la cui figura si riflette ed è fissata anche nel ritratto della nonna.

LIRICA di R. MOSI: “ I CAMPANILI DI MARTINVILLE”: da Iliers a Cabourg (“ Dalla parte di Swann)

Ah, la Francia dei campanili, / delle cattedrali alte / su ondeggianti pianure./

“ Cèleste , la mia opera / è come una cattedrale”.

Lo stesso M.Proust, come si evince dall’inciso citato, paragona la struttura del suo romanzo ad una cattedrale gotica, con le sue zone d’ombra, il moltiplicarsi dei corpi accessori e laterali.

Si compie la sua vocazione letteraria : l’obiettivo era creare il libro assoluto, fare delle esperienze della propria vita i materiali di un’opera d’arte. In quel periodo storico giocano un ruolo decisivo le ascendenze del clima dell’epoca insite nelle correnti letterarie del Simbolismo e del Decadentismo, mentre in filosofia si affermava “l’Intuizionismo” di Henri Bergson.

Salvare il passato, riattingendo ad esso mediante il ricordo multisensoriale - non solo vista ed udito di solito prioritari nel narrare, ma anche gusto, olfatto e tatto - attraverso” Epifanie” che riguardano oggetti, sapori, profumi e dati fenomenici prosaici capaci di evocare la riesumazione di vissuti riaffioranti, mediante l’atto rivelatore della scrittura, da cui lo stesso Roberto Mosi è animato nell’attivare la genialità di Proust, attualizzarla, ricostruendo la sua personalità ed il suo ambiente storico e mondano attraverso il verseggiare lirico studiato in una sorta di transfer psicologico.

ENCICLOPEDIA GEV: “Proust distilla il succo vitale della grande esperienza del Decadentismo europeo e, oltre a dare misura classica a questa “commedia umana” e ad aprire la via al romanzo d’analisi del Novecento, testimonia in modo emblematico un atteggiamento morale e di una crisi che lo collocano a lato degli altri grandi creatori della cultura novecentesca: Mann, Joyce, Musil”.

Superando lo statuto dell’io-entità storica, Proust scavalca la tradizione narrativa memorialista del Realismo e Naturalismo ottocentesco per approdare ad una narrazione tra autobiografia e saggismo in una posizione d’avanguardia per la sua mobilità strutturale tra esperienza individuale e verità universali sulla base della percezione del sè: il periodare proustiano è ipotattico, sinuoso, con incisi e parentetiche quale ricerca, divenire, scoperta del sé. La portata narrativa dal un punto di vista linguistico è paragonabile alla rivoluzione della percezione ottica dei colori introdotta dagli Impressionisti in Pittura e da Claude Debussy nella musica. I dati del vivere nella prospettiva antirealista, sono interiorizzati tra mitizzazione e demistificazione, diventando emblemi di verità spirituali: l’intelligenza per Proust va soggetta al cuore per cui si parla di un Polittico romanzato dominato dalle “intermittenze del cuore”. Gli oggetti, le sensazioni, le persone coinvolte, gli intrecci relazionali, il dipanarsi degli affetti vissuti, gli ambienti riesumati, i viaggi immaginati, sono presentati nell’aura del loro investimento emotivo.

I temi della formazione adolescente di Proust: arte, vita mondana, amore sono strettamente intrecciati al compiersi del suo destino vocazionale legato alla sensibilità creativa. Nella sezione “Prigioniera” (fuga di Albertine a Parigi), c’è l’amore negato… il disinganno d’amore, ma l’ancoraggio all’Arte sembra schiudere quella pacificazione che l’amore nega (Albertine muore).

Roberto Mosi rende omaggio a M. Proust, inscenando con i suoi versi il contesto sociale dell’epoca in cui visse grazie al variegato affresco che lo stesso scrittore delinea della Parigi del tempo tra borghesia in ascesa e nobiltà o aristocrazia nei salotti culturali e mondani a cavallo fra i due secoli.

Il pittore Giovanni Boldini, ferrarese d’origine, con formazione a Firenze ai tempi dei Macchiaioli presso il Caffè Michelangelo, si radica a Parigi, realizzando nelle sue tele, mediante una prassi pittorica elegante e vibrante, il fervore culturale che precede i conflitti mondiali: le folle in movimento delle grandi città, il teatro, i cavalli ed i passanti, ritratti di Signore della società mondana, siglando uno stile apprezzato da E.Degas e J.Sargent .

M.Proust, che apparteneva ad una famiglia dell’agiata borghesia parigina - padre medico (Ispettore dell’Igiene pubblica) e la madre, ebrea alsaziana (tra i 32 ed 36 anni perde entrambi) - era un giovane elegante e raffinato, frequentava i salotti più esclusivi del Faubourg St.Germains, collaborava con Riviste del tempo sul piano critico, dimostrando fin da subito talento e qualità nello scrivere, preparando il suo futuro da sensibile ed acuto narratore.

Roberto Mosi nelle poesie dedicate all’universo introspettivo del narratore francese dimostra di saper attivare , grazie ad una immedesimazione analitica e contemplativa, quel processo di riscatto del tempo perduto, tra memoria, emozionalità, incanto e disincanto nelle circostanze dell’esistenza: amore provato e negato, ricontestualizzazione culturale e sociale del tempo, convivialità nell’arte culinaria, affinità e diversità, mondanità ed eros.

LIRICA di R.MOSI“ LA ROSA D’ARGENTO”, Cena all’Hotel Ritz Place .

Tra gli ammiratori di Proust: il sogno proustiano di Luchino Visconti che scrisse una sceneggiatura negli anni ’70; un ‘impresa mitizzata e rimpianta dalle “pellicole mani nate”.

IL TEMPO E LA DURATA INTERIORE: la prospettiva interiore visione spirituale e intuitiva dell’essere.

Nella sezione “All’ombra delle fanciulle in fiore” l’amore per Albertine nella località a Balbec, sul mare normanno, lo introduce nell’amicizia con il pittore Elstir di cui condivide l’arte impostata sulla metafora come si evince nella LIRICA DI R.Mosi“ Il SILENZIO DIPINTO DELLE PAGINE”; nel rientro a Parigi, nella tormentata convivenza con Albertine, diviene amico del musicista Vinteuil.

Nell’ultima sezione del ciclo monumentale:“ Il tempo ritrovato” (1916), dopo un lungo soggiorno in clinica, il narratore torna in una Parigi esposta ai bombardamenti tedeschi .. è la fine di un’epoca, ma l’obiettivo é raggiunto: riaccordarsi con il passato, recuperarlo nelle sua verità armoniche e disarmoniche, riviverlo nella sua integralità olistica e riconsegnarlo alla memoria della propria identità sentimentale, razionale ed esperienziale, vincendo la morte.

LIRICA di R.MOSI“ LA VEDUTA DI DELFT”, dipinto di JAN VERMEER , adorato da M.Proust nella sezione: “ La prigioniera” e l’amicizia con lo scrittore BERGOTTE.

Artista insigne del Seicento olandese. Visione estatica del reale che privilegia il visibile fenomenico interiorizzato tra esterni vedutistici ed interni della quotidianità che sono realizzati nella quieta ed accostante verità percettiva e contemplativa, mobile gioco dei chiaroscuri, incantante armonia, magia del silenzio.

La mutevole luce degli alti / cieli ventosi d’Olanda / respira di metafisica fissità /unisce il tempo e lo spazio / incontra la striscia delle case / di Delft, contrappunto / alla vastità del cielo nuvoloso.

Assistiamo al RECUPERO SENTIMENTALE e vitale attraverso le categorie del tempo e della memoria nell’indirizzo estetizzante di fine secolo:

“…notre vie, la vraie vie, la vie enfin découverte et éclaircie, la seule réellement vecue…”

è quella che si ricrea nell’opera d’Arte.

Aprile 2017, SILVIA RANZI

+ + + + + +

+ + + + +

+ + +

GLI  AUTORI

Enrico Guerrini

Enrico Guerrini, nato a Firenze nel 1977, attratto da tutte le espressioni artistiche dal fumetto al graffito, espone regolarmente in mostre personali. Ha illustrato, in una serie di mostre a Empoli, alcune opere teatrali di Ferruccio Busoni; ha allestito mostre organizzate da Giancarlo Marini su importanti personalità del 900: sui cantautori, Fabrizio De André e Piero Ciampi, e il jazzista Luca Flores.  Appassionato di musica classica, ha collaborato al progetto Dipingendo Bach con il violoncellista Luca Provenzano. Realizza insieme al poeta Roberto Mosi, performances in cui, all’impronta, illustra testi poetici e collabora anche con alcune associazioni teatrali fiorentine come scenografo. Ha illustrato le tre cantiche della Divina Commedia e i lavori sono stati esposti – una cantica ogni anno, dal 2016 – in mostre alla Casa di Dante. Nel maggio 2017 organizza una mostra antologica delle sue opere I miei primi quarant’anni; nel giugno dello stesso anno, realizza Il murale della scrittura nel cortile delle Muratine a Pontassieve. Dal 2019 espone le sue opere negli spazi allestiti dalla Toraia, nei mesi estivi, sul Lungarno del Tempio. Recente è la collaborazione con il dantista Massimo Seriacopi in una serie di opere dedicate al sommo poeta.

Roberto Mosi

Roberto Mosi vive a Firenze, è stato dirigente per la Cultura alla Regione Toscana. L’ultimo libro pubblicato: Ogni sera Dante ritorna a casa. Sette passeggiate con il poeta (Il Foglio 2021). Nell’anniversario delle celebrazioni dantesche, l’autore partendo dal tema del libro, ha realizzato video, riportati su YouTube, ed ha animato varie manifestazioni.  Mosi si interessa di poesia, racconti e fotografia. Per la poesia ha pubblicato Promethéus. Il dono del fuoco (Ladolfi 2021), Sinfonia per San Salvi (Il Foglio 2020), Orfeo in Fonte Santa (Ladolfi 2019), Il profumo dell’iris (Gazebo 2018), Navicello Etrusco (Il Foglio 2018), Eratoterapia (Ladolfi 2017), Poesie 2009-2016 (Ladolfi 2016), Concerto (Gazebo 2014). Per la narrativa ha pubblicato Elisa Baciocchi e il fratello Napoleone (Il Foglio 2013), Esercizi di volo (Europa Edizioni 2016) e Non oltrepassare la linea gialla (Europa Edizioni 2014).  L’autore ha realizzato mostre di fotografia presso caffè letterari e sale di esposizione. La ricerca è rivolta al rapporto fra l’immagine fotografica, la pittura e la poesia. Fra le mostre: Firenze, foto grafie, Passaggi, Firenze Riflessa, Mito Firenze, Nonluoghi. Mosi è fra i redattori di “Testimonianze”, rivista fondata da Ernesto Balducci, e “L’area di Broca”, diretta da Mariella Bettarini. Cura i Blog: www.robertomosi.it e www.poesia3002.blogspot.it.

+ + + + + +

+ + + + +

+ + +

INDICE

Premessa. Incontri felici con Marcel Proust

1. Il sapore del ricordo

2. Narrare

3. Pittura, la creazione del mondo

4. Il biancospino

5. Incontrarsi all’Hotel Ritz

6. Il viaggio (sognato) a Firenze

7. Il profumo del tempo

8. Incontri

9. Amiche e amici

10. Nella stanza foderata di sughero

11. Narciso

Postfazione. Silvia Ranzi, omaggio a Marcel Proust

Gli autori

+ + + + + +

+ + + + +

+ + +


Tags: , ,

Lascia il tuo commento

Il tuo indirizzo Email non sarà pubblicato. * Campi richiesti.

*
*

Le parole della poesia

Feed RSS

Iscriviti ai FEED RSS, sarai sempre aggiornato ...

Contatti

Scrivimi
Puoi scrivermi attraverso la pagina dei contatti oppure invia un E-mail a r.mosi@tin.it