La poesia di Laura Pugno

Venerdì 6 dicembre, ore 17.30 - Semicerchio - Villa Arrivabene, Firenze

pugno

Laura Pugno è nata a Roma nel 1970. È autrice di romanzi, poesia, saggi e testi teatrali. Ha vinto il Premio Campiello Selezione Letterati, il Frignano per la Narrativa, il Premio Dedalus, il Libro del Mare e il Premio Scrivere Cinema per la sceneggiatura. Dal 2015 dirige l’Istituto Italiano di Cultura di Madrid. Ha insegnato Traduzione all’Università La Sapienza e tradotto una decina di romanzi e saggi dall’inglese e dal francese. Collabora con “L’Espresso” ed “Elle”, e con il sito “Le parole e le cose 2”. Ha collaborato con le redazioni cultura di Repubblica Roma, il manifesto e con Rai Educational per il progetto RaiLibro. Ha creato, insieme ad Annamaria Granatello, il Premio Solinas Italia-Spagna per il miglior soggetto cinematografico per l’Istituto Italiano di Cultura di Madrid. Inoltre, ha ideato il Festival diffuso di poesia e scrittura I quattro elementi e il ciclo “E3 + - Encuentros Editores Escritores”, con il Forum del Libro Italia Spagna.

Cura, insieme ad Andrea Cortellessa e Maria Grazia Calandrone, la collana di poesia I domani per l’editore Nino Aragno. Dal 2018 è nella giuria del Premio Solinas per il Lungometraggio.

Ha pubblicato sei romanzi: La metà di bosco (Marsilio 2017), La ragazza selvaggia (Marsilio 2016), Premio Campiello Selezione Letterati 2017, La caccia (Ponte alle Grazie 2012) Premio Frignano 2013 per la Narrativa, Antartide (Minimum Fax 2011), selezione Premio Ultima Frontiera e Premio Maria Teresa Di Lascia, Quando verrai (Minimum fax) 2009, selezione Premio Volponi, Sirene (Einaudi), Premio Libro del Mare 2008 e Dedalus 2009; selezione Premio Bergamo, una raccolta di racconti: Sleepwalking (Sironi 2002).

Ha pubblicato sei raccolte poetiche: I legni (Pordenonelegge/Lietocolle 2018),  Bianco (Nottetempo 2016), Nácar (Huerga & Fierro 2016), La mente paesaggio (Perrone 2010), Il colore oro (Le Lettere 2007, con foto di Elio Mazzacane), Tennis (Nuova Editrice Magenta, con Giulio Mozzi, 2002). Inoltre, ha pubblicato: il saggio In territorio selvaggio. Corpo, romanzo, comunità (Nottetempo, 2018) e i testi teatrali di DNAct (Zona 2008).

Nel 2007 ha interpretato Il Desiderio preso per la coda di Pablo Picasso per Il Consiglio Teatrale di Rai Radio 3 e ha collaborato al programma Il sogno di mezzanotte di Radio3 Suite.

Con la sceneggiatura tratta da Sleepwalking ha vinto il Premio Scrivere Cinema per il Miglior Script all’Autumn Film Festival, Verona 2005, ed è stata selezionata per il 29esimo workshop internazionale di sceneggiatura Equinoxe TBC 2007, Royal Resort, Evian (Francia).

È presente in varie antologie di prosa e poesia, tra cui: Panamericana (La Nuova Frontiera 2016) a cura di Alessandro Raveggi; Nuovi poeti italiani 6, a cura di Giovanna Rosadini, (Einaudi 2012); Narratori degli Anni Zero, a cura di Andrea Cortellessa, (Ponte Sisto 2011); Poeti degli Anni Zero, a cura di Vincenzo Ostuni, (Ponte Sisto 2011); il Decimo quaderno italiano di poesia contemporanea, a cura di Franco Buffoni, Marcos y Marcos (2010); La storia siamo noi. Quindici scrittori raccontano l’Italia dal 1948 ad oggi, a cura di Mattia Carratello (Neri Pozza 2008) e La qualità dell’aria, a cura di Nicola Lagioia e Christian Raimo, Minimum Fax (2004).

Ha fatto e fa parte del Comitato di Lettura per le classifiche Pordenonelegge-Dedalus/L’Indiscreto.
Ha partecipato e partecipa a numerosi festival di poesia e prosa in Italia e all’estero.

L’autrice, nel suo saggio, In territorio selvaggio (Nottetempo), si interroga sul rapporto tra lettori e lettura. Cosa chiedono ai libri i lettori? Vogliono solo che sia “lineare, ben scritto, con un/a protagonista in cui ci si possa identificare senza indugi, che affronti difficoltà che fanno parte dell’esperienza quotidiana, e che contenga alla fine un messaggio di conforto”? Oppure i libri possono ancora essere considerati guide verso un territorio selvaggio? Ma soprattutto, il lettore vuole ancora che i libri lo conducano in posti dove sia possibile perdersi, che siano come boschi selvaggi e non come giardini in cui tutto è sicuro e prevedibile? Non so cosa vogliono i lettori.

In territorio selvaggio (nottetempo, 2018) è uno strano oggetto.

Se per mole appare un libricino, è uno degli scrigni più capienti apparsi in libreria negli ultimi tempi. Si potrebbe definire un quaderno di appunti, o un diario scosso continuamente da domande e intuizioni che hanno più a che vedere con la poesia che con il saggio, ma sarebbe comunque riduttivo. Le parole chiave sono selvaggio, corpo, romanzo, comunità.

Domanda: Quando ha capito che intessendo e facendo brillare queste quattro parole come una costellazione era possibile non solo orientarsi, ma anche capire alcuni fenomeni che riguardano sia il mondo culturale sia la vita di ciascuno di noi?

Risposta: L’ho capito, quando mi è stato chiesto, da Andrea Gessner e Daniele Giglioli, rispettivamente l’editore e il curatore di questo libro, di scrivere un saggio a partire da una parola che era stata identificata come particolarmente significativa per me, e del resto la collana in cui In territorio selvaggio è uscito s’intitola appunto Trovare le parole.

La parola quindi era, è, l’aggettivo “selvaggio”, sostantivato, “il selvaggio”. Aggettivo che del resto è ben visibile, come un pezzo di legno di deriva gettato su una spiaggia, o un relitto che affiora dal mare, nella mia opera, in particolare nel titolo del romanzo La ragazza selvaggia (Marsilio 2016, Premio Campiello Selezione Letterati). Ma anche molti altri miei libri, in fondo, parlano di questo. Allora ho cominciato a pensare, cosa che non avevo fatto ancora, alla scrittura saggistica e questo pensiero mi ha condotto, ancora una volta, su territori che non avevo battuto, ma che continuavano ad affiorare. Il mio bosco è il bosco della mente in cui tutta la letteratura accade, accende fuochi, apre radure, abbatte alberi, caccia selvaggina, torna a volte a essere terra ricoperta da vegetazione.

E questo bosco della mente di tanto in tanto si prende anche la realtà, nel senso più limitato in cui questa parola nel linguaggio è comunemente usata, perché per me la letteratura, la lingua, i libri, le parole, la mente stessa, sono la realtà. Il mondo è un mondo completo, fatto tanto di visibile quanto di non visibile. La letteratura permette molte cose, c`è chi ha usato la poesia per resistere alla tortura e tra queste molte cose c’è anche la possibilità di confortare nel momento del bisogno. Se si ha bisogno di conforto è perché si prova stanchezza, fatica, dolore. Condizioni inerenti alla vita, certo.

Pensiamo semplicemente a come è cambiato il mondo negli ultimi trecento anni, e a che ruolo ha la letteratura nel suo senso più ampio, parola scritta, parlata, trasmessa. I grandi libri, in realtà, riaprono il mondo e ci permettono di farne nuova esperienza.

E questo vale sia per chi scrive che per chi legge. Scivolare, quasi senza averne cognizione, in luoghi il cui senso – proprio come nella vita – è sempre ambiguo, instabile, molteplice, sfuggente. Questo è ciò di cui parliamo quando parliamo di nuotare nell’oceano. Ma il mio non voleva essere un libro a tesi, con una netta divisione in domande e risposte, in bene e male. Proprio perché la letteratura, la poesia, non fanno questo. Pongono ogni volta e di nuovo le domande, trasmettono – a ogni nuova generazione – ciò che è altrimenti intrasmissibile, l’esperienza nel tempo. Se la letteratura disegna dei percorsi accidentati in cui fare nuova esperienza del mondo, ciò significa che sia chi scrive sia chi legge è soprattutto un corpo che si muove in uno spazio. Ma la letteratura non è lontana dalla vita. È avventura di tutti i giorni, essere soprattutto un corpo che si muove nello spazio.

Così, tanto vivendo, quanto leggendo o scrivendo, noi il mondo più che capirlo lo sentiamo. Non metterei questi due termini, capire e sentire, in opposizione, perché questa stessa opposizione è segno di un pensiero duale, che separa il nostro corpo da noi, e noi dal mondo.

Il corpo, allora, diventa «il primo luogo del selvaggio», ciò che non è mai riducibile e addomesticabile fino in fondo. Cioè, noi crediamo di abitare un giardino ordinato, dai confini netti, dati una volta per tutte, dove nessuna zolla sfuggirà al nostro controllo.

E a questo giardino abbiamo assegnato perfino un nome. Antropocene indica il momento in cui gli esseri umani, dopo avere contaminato di sé l’acqua, l’aria, le terre emerse, hanno pensato che niente esisteva oltre al proprio giardino. Eppure il mondo è sempre più vasto e misterioso di quanto crediamo: uno schiocco di dita, l’imprevedibile precipitare degli eventi, e il giardino torna bosco.

La distanza tra il giardino e il bosco, tra noi e noi stessi, è sempre di un passo, ma nell’attraversarla, come nelle fiabe, quando ci voltiamo indietro, ci rendiamo conto che invece sono trascorsi forse cento, forse mille anni.

Ne La metà di bosco, appunto, non c’è risposta sul come o sul perché. Dev’essere ogni lettore, lettrice, a darsi la sua regola, legge, spiegazione.

E detto questo, secondo me realismo e fantastico non sono nel merito. Sono nel metodo.

Ecco, il fatto è che bisogna essere generosi. Per scoprire e mandare dispacci da territori nuovi, bisogna essere generosi. Le possibilità sono molte. Il rancore non è la mia passione dominante, anche se lo è, in modo terribile, di quest’epoca.

Personalmente preferisco agire, perché agire è necessario, per dare corpo, realtà, potere, a ciò che amo, piuttosto che contro ciò che odio.

Se la letteratura apre finestre e varchi su mondi, ci consente di percepire, quasi andando oltre i nostri sensi, la frontiera che non riusciamo ad attraversare, ci parla del nostro stato di non separazione dal mondo, questo ha molto più a che vedere con l’amore che con l’odio. Ma non ci sono prescrizioni o ricette.

A un certo punto, cito dei versi da un libro da me molto amato, i Quattro quartetti di T.S. Eliot – la traduzione che riporto qui è quella di Filippo Donnini dalla vecchia edizione Garzanti – in modo particolare da East Coker,

Home is where one starts from. As we grow older
The world becomes stranger, the pattern more complicated
Of dead and living. Not the intense moment
Isolated, with no before and after,
But a lifetime burning in every moment
And not the lifetime of one man only
But of old stones that cannot be deciphered.
There is a time for the evening under starlight,
A time for the evening under lamplight
(The evening with the photograph album).
Love is most nearly itself
When here and now cease to matter.
Old men ought to be explorers
Here or there does not matter
We must be still and still moving
Into another intensity
For a further union, a deeper communion
Through the dark cold and the empty desolation,
The wave cry, the wind cry, the vast waters
Of the petrel and the porpoise.
In my end is my beginning.

La casa è il punto da cui si parte. Man mano che invecchiamo
Il mondo diventa piú strano, la trama piú complicata
Di morti e di vivi. Non il momento intenso
Isolato, senza prima né poi
Ma tutta una vita che brucia in ogni momento
E non la vita di un uomo soltanto
Ma di vecchie pietre che non si possono decifrare.
C’è un tempo per la sera a ciel sereno
Un tempo per la sera al paralume
(La sera che si passa coll’album delle fotografie).
L’amore si avvicina piú a se stesso
Quando il luogo e l’ora non importano piú.
I vecchi dovrebbero essere esploratori
Il luogo e l’ora non importano
Noi dobbiamo muovere senza fine
Verso un’altra intensità
Per un’unione piú completa, comunione piú profonda
Attraverso il buio, il freddo e la vuota desolazione,
Il grido dell’onda, il grido del vento, la distesa d’acqua
Della procellaria e del delfino. Nella mia fine è il mio principio.

La nostra opera, fortunatamente, non è noi. Se abbiamo fatto bene il nostro lavoro, e con un pizzico di fortuna, sarà molto più di noi. Si disseminerà in altri corpi, in nuove opere.

A volte, chi scrive libri disturbanti, imprevedibili, selvaggi, non conformi alle griglie del realismo, viene additato come colui che rifiuta la realtà, sfugge i problemi, nasconde se stesso dietro assurde fantasie mentre il mondo scivola come una biglia impazzita verso il disastro.

Laura Pugno è una scrittrice romana in perenne movimento, per la quale ogni aggettivo (la definiscono “visionaria”, “sperimentale”, “d’avanguardia”…) è sempre troppo riduttivo. La ricerca stilistica e lo stile assolutamente personale ne fanno un’autrice da scoprire, sia nella produzione in prosa che nella poesia.

Il corpo illuminato

il legno, dice, è per i vivi, può bruciare:

continuano a parlare del fuoco,

così andranno, e con te

dall’oscurità a una luce abbacinante,

dal bosco riesci sempre a ritornare:

guardi dove la luce si addensa,

il corso del fiume

fino a dove

il nome del mondo è oceano,

sole che vi batte sopra,

onda,

lo scintillio se l’aria stessa

è luce, l’acqua è luce

senti scomporti

il corpo nella mente,

così quelli che pregano,

e agli altri invece,

noi,

io e te,

mossi dal mondo,

la parola

che nel sole hai dissolto, nel corpo

che puoi toccare,

presa dentro,

impronunciata

che il fuoco smetta di incendiare

torni luce,

la lente ustoria vetro,

il sole si posi come sole

sulle tue spalle, entra

come in un giardino,

è giardino,

chiuso tra mura,

molto alte,

occhio dorato tra palpebre:

vedi, l’acqua opaca

e di nuovo, neve,

e il detto,

detto per ultima volta, troverà

forma nuova,

ti cade addosso dolce

come precipitasse la parola,

si addensasse nell’acqua che bevi,

il bicchiere

attraversato dal sole,

nella stanza, la finestra aperta

su ancora neve di fuori,

e le parole già

nel paesaggio, come

pietre o sono

solo

sassi bianchi, una manciata,

in tasca:

dici che torneranno e sono

già tornati,

cercano il dolce dentro,

restano in piedi sulla soglia

finché non dirai di entrare,

chiamerai a te,

sei tu, ora,

è tua la forza

chiudi la parola

nella mano, contro il palmo

sempre caldo e secco,

senti il tremito,

sei tu,

ora vai verso la porta ed è

una giornata di sole,

lascia libera

ogni cosa a cui ritornerai

nel diventare, quando ti bruceranno,

e credilo, anche se non lo credi

è questo, che consente la luce

I legni

ritornano e di nuovo

sono perduti

i corpi, cose, cosa fare

con quello che resta di bellezza

che s’incrina –

la roccia è porosa,

il colore pardo

ha preso il mondo –

ogni cosa mantiene la bellezza

ferma

nel vento che la sferza,

occhi neri, che guarderai,

tutto consuma

come sono i legni, lo stesso

il corpo disprende il calore

il vivo sotto le dita

che ti contiene

ogni giorno imperfetto, e non è

confine ultimo, la venatura

percorre la pupilla, il nero,

il bianco azzurrato, segna

l’incrinata tra vedere e non vedere,

esserci ancora, nel diminuire

delle forze, giorno che si chiude

****

questo brucia

con i legni, la ceramica

nera antichissima,

il vaso etrusco,

minuscolo – avvolto

in fogli di giornale,

nascosto

coi vestiti dei morti –

le formiche, la loro

vita piccola,

diffusa

come una riga

sulla tua gamba o dove il corpo

s’interrompe

statua ritrovata

mozza, bellissima, bianca

perché il colore è svanito

****

la pianta secca, morta

dentro, albero

hanno detto

o le piante grasse nei tuoi vasi,

sul balcone

curate con le dita, col calore

del fiato

le parole che dici sortilegio,

lo scendere della notte

lo sai che viene

****

la metà del fare,

della costruzione implacabile,

ancora non si vede fuori, è notte

prima di un giorno

le foglie intatte sulle braccia,

adesso è prima,

verrà primavera tra poco – brilla

nel buio della corteccia,

un istante, una

stella-lucciola –

si cuce

al centro vuoto

****

e così nel buio

il luccicare, dalla

corteccia interna, il corpo

rovesciato

guanto,

tutto è mente,

è che splende, e dove?

chiedi,

dove fare il fuoco

la domanda è un’altra domanda,

il pardo che vira quasi al nero

****

l’estate, l’estate torna,

dissolve

il corpo, lo disfibra

della parte di legno,

la bellezza che cerchi imperduta,

linea del mare

la stessa implacata furia,

la stessa lingua in questa

che sembra un’altra

****

i legni –

il va e vieni del resistere,

la pelle che indurisce

toccata dal vento con forza,

con debolezza

il campo che ti dà quello che pesi

lo spessore contro il resto delle cose

tu dici, vie d’uscita,

bellezza dovunque,

sole che rompe tra i rami

****

quello che è sotto

o accanto, la nuova legge – la

linfa, la resina –

che non vedi e non senti e ti domina

niente è cambiato,

dici stringendo una mela

le dita sulla pelle rossa lucida

****

nomineremo ancora,

e di nuovo,

il tutto fatto di lucciole, piccola luce

lucendo ininterrotta

la legge, la bella legge,

il suo campo d’erba

lungo tutto il corpo,

i giorni che ti hanno

dato acqua e sole,

il movimento del tornare taglio,

– o tu –

bellezza-mandorla,

quella che chiudi in tasca,

quella su cui pieghi belle dita

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