“Orfeo in Fonte Santa”, nuova Raccolta - Poesia e fotografia

“Il canto mi prende, mi porta
a cantare lo scorrere del tempo
nel bosco sacro di Fonte Santa …”

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Roberto Mosi, “Orfeo in Fonte Santa”, Giuliano Ladolfi Editore,

Borgomanero, maggio 2019, pagg. 60, euro 12

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In copertina mascherone di Ottaviano Giovannoni

nella Grotta di Adamo ed Eva del Giardino di Boboli

Le fotografie all’interno del libro sono dedicate al tema “Autunno in Fonte Santa”

Le fotografie sono dell’autore


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Canto  II

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Il canto mi prende, mi porta

a cantare lo scorrere del tempo

nel bosco sacro di Fonte Santa,

accordo la mia voce al suono

delle acque, al respiro del vento,

al vibrare delle foglie, guidato

dalla musica del flauto d’oro.

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Brilla il vortice del silenzio

fra gli alberi, fra le pietre

incantate, braccia di luce

scivolano per i rami, riflettono

nello specchio della fonte

eteree figure, miti colorati.

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L’inganno si congiunge

alla conoscenza, appaiono

immagini sconosciute:

la fonte non sa di contemplare

sé stessa e il riflesso di un dio.

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Presentazione

L’Officina del mito

Un gruppo di soci della Società delle Belle Arti – Circolo degli Artisti “Casa di Dante”, riuniti nell’Officina del mito, hanno affrontato in varie occasioni il tema del mito, dalle forme espressive, alla trasformazione dei linguaggi, alla storia delle culture approfondendo molteplici aspetti. Due in particolare possono essere messi in risalto: il racconto mitico che si origina nel passato rivive oggi in forme rinnovate nelle nostre culture e le immagini e le narrazioni legate a esso danno vita in campo artistico ad una forte espressività, “ci aiutano a liberare le energie racchiuse nel mito e a dare forma e significato all’oggi” (Walter Benjamin).

L’Officina del mito ha realizzato, con queste intenzioni, una prima mostra intitolata “I Confini del mito” nell’autunno del 2016; una seconda, nel marzo del 2018: “Labirinto fra caos e cosmos”.

L’ultima iniziativa, per l’anno 2019, è rivolta al poliedrico personaggio di Orfeo: “Orfeo chi? La metamorfosi di un mito”. Il poemetto Orfeo in Fonte Santa, riportato nella presente pubblicazione, è dedicato a questo impegno.

Quale Orfeo? Lo studio di James Hillman “Il complesso di Orfeo: presenza (e assenza) nel mondo contemporaneo” (da “Orfeo e le sue metamorfosi”, Carocci Editore) è alla base delle nostre scelte.

Nell’articolo di Hillman si sostiene che la figura di Orfeo può essere rappresentata dall’intreccio di otto tratti ricorrenti: (1) l’abitante della Tracia, discendente di una musa, (2) il compagno degli Argonauti sulla nave diretta alla conquista del vello d’oro, (3) il cantore “al quale gli alberi non disobbedivano e che le pietre seguivano, e i branchi delle belve della foresta”, (4) il sacerdote, (5) il poeta, (6) lo sposo di Euridice, (7) il misogino, (8) Orfeo, la cui testa cantante è portata, insieme alla lira, dalle onde, sull’isola di Lesbo.

L’aspetto che si è voluto approfondire e interpretare è l’ultimo fra quelli indicati: la testa di Orfeo che continua a cantare al suono della lira e il tema del canto e della poesia che conquistano la natura. Orfeo arriva al cuore della natura grazie alla sua arte, e attraverso quest’arte la natura entra nel linguaggio e diventa poesia.

Orfeo è il dio dell’umana malattia della nostalgia, dello struggimento, della Sehnsucht, che ci tormenta con malinconici ricordi, il nostro desiderio per una bella assente, le teste a fior d’acqua sballottate da onde di emozioni incontrollate. “Orfeo canta ciò che non può essere e non è mai stato, perduto su una spiaggia remota lontano da qualsiasi casa e incapace di smettere di trasformare in poesia i dolori laceranti della vita umana” (vedi J. Hillman, cit.).

L’opera di Rainer Maria Rilke Sonetti a Orfeo segue questa linea di pensiero: ci insegna che l’esistenza è un canto ininterrotto, rievocazione del passato che si intona al presente, nel gioco di continue alternanze, come il respiro. La poesia col suo canto si assimila alle ritmiche cadenze dell’esistenza e il respiro equivale all’ispirazione poetica “Respiro, tu ineffabile poema” (2, I).

Il canto, dunque, è un equilibrio di contrapposizioni, come rievoca il sonetto conclusivo dell’opera di Rilke. Alla caducità si reagisce capovolgendo l’assenza in nuova possibilità di presenza, contrapponendosi a ciò che è immobile con la dinamica del superamento e alla rapidità del trascorrere con l’immanenza dell’essere: “E se il mondo di oblio ti ha ricoperto … alla terra immobile puoi dire: io scorro. / E all’acqua rapida ribattere: “Io sono”.

In un’epoca precedente, le Metamorfosi di Ovidio, nella prima parte del Libro 11°, offrono uno sguardo pieno di fascino sulle capacità di Orfeo di ammaliare la natura, nelle sue varie forme di vita, raccontano la furia delle Mènadi sul suo corpo, il viaggio della testa trasportata dalle onde del mare, il ritorno dello stesso Orfeo agli inferi e il nuovo incontro con l’ombra della sempre amata Euridice. Con la sua poesia Ovidio ci ricorda che tutto muta, nulla muore; non si consuma nel tempo e come la duttile cera si plasma in nuove figure.

Ancora una volta, con il poemetto “Orfeo in Fonte Santa”, si vuol saggiare il tema di un mito, quello di Orfeo, partendo dalla convinzione della sua “attualità” per la nostra epoca. Il punto di partenza nella ricerca è, per un verso, la possibilità della poesia di cogliere le energie primarie racchiuse nel mito e, per un altro verso, il ricorso alla fotografia, capace di cogliere “l’aurea mitica” che circonda determinate forme della nostra vita quotidiana e dell’ambiente nel quale viviamo.

L’obiettivo della macchina fotografica si posa su un angolo “felice” delle colline che circondano la città di Firenze, l’ambiente che circonda Fonte Santa, presso San Donato in Collina. Le immagini fotografiche sono riportate a fianco del testo poetico.

Fonte Santa è posta al centro di un’area boschiva quasi unica in Italia per la presenza a sei-settecento metri di altitudine e a novanta chilometri dal mare, di una flora tipica del litorale che qui si conserva alimentata dalle correnti mediterranee che vi giungono lungo il corso dell’Arno. Questa particolarità e il conseguente clima temperato e dolce, rendono la zona “felice” in ogni stagione per la sua aria salubre e balsamica.

Il territorio, denominato anche Costa del sole, è stato sempre abitato dall’uomo, da popolazioni etrusche e romane come testimoniano vari segni della toponomastica e reperti archeologici. Il più noto il Sasso Scritto, un’iscrizione in caratteri etruschi scolpiti su una pietra che segnava il confine della giurisdizione amministrativa fra le città di Fiesole e Volterra. Nella zona sorsero nei secoli successivi castelli e ville, nonché case coloniche con poderi coltivati a ridosso del bosco; è stata frequentata nel Seicento da un gruppo di giovani poeti dell’Arcadia fiorentina: i “Pastori Antellesi” che avevano nominato Fonte Santa la “Fonte dei Baci”.

L’area è attraversata da un sentiero – la via Maremmana – percorso nelle varie epoche, da pastori, mercanti, pellegrini: oggi da turisti, amanti del trekking, ciclisti ed altri; qui vi sono stati, fra l’altro, aspri scontri nel periodo della lotta partigiana. Proprio la Fonte è stata testimone in tempi recentissimi di un sanguinoso fatto di cronaca, l’uccisione di una giovane donna per mano dell’ex fidanzato che poi si è tolto la vita.

La poesia, il canto, dagli accenti orfici, catturano i passaggi della storia di questa terra, il respiro della natura, le trasformazioni delle figure che l’hanno abitata e l’abitano oggi. Accanto alla ricerca fotografica è andata di pari passo la ricerca poetica, che ha trovato forma nei canti del poemetto denominato Orfeo in Fonte Santa. La pubblicazione presente alla mostra alla “Casa di Dante” riporta, per un lato, in copertina, l’immagine della lira e, per l’altro lato, una testa scolpita nel marmo, la bocca piena di ciuffi d’erba, che rappresenta, per metafora, la vita che è – e che scorre, con il suono delle acque – in Fonte Santa.

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Postfazione

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Riferimenti

David Daviddi, al quale è dedicato il libro, partecipò nel 1935, insieme a un gruppo di giovani del vicino paese dell’Antella, alla costruzione del Rifugio posto lungo la via della Maremma vicino alla Fonte. Durante i lavori nascose in un muro la sua tessera del partito comunista clandestino. Operaio alle Officine Galileo di Firenze, fu condannato nel 1939 a sei anni di reclusione dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato per “partecipazione ad associazione sovversiva e propaganda comunista”. Fu detenuto nel carcere di Regina Coeli, a Roma, e a Castelfranco Emilia. Ritornato nel paese dell’Antella, dopo l’8 settembre del 1943 partecipò alla lotta partigiana nell’area a sud di Firenze che vide in Fonte Santa la presenza di importanti formazioni partigiane e fu teatro di sanguinosi scontri alla vigilia della liberazione di Firenze.

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Ancora un gruppo di giovani, in questi stessi luoghi, oltre trecento anni prima, dette vita ad una esperienza memorabile. Alcuni nobili residenti nelle ville circostanti il paese dell’Antella organizzarono una “allegra brigata di letterati, scienziati e amanti della bella vita” fra cui lo storico Massimo Casprini (“Fonte Santa. Itinerari fra storia, arte, ambiente”. Ed. C. R. C. Antella) ricorda Michelangelo Buonarroti il Giovane, il futuro papa Urbano VIII, il pittore detto il Passignano. Questi scelsero come centro dei loro incontri, Fonte Santa che chiamarono “Fonte dei Baci” o “Fonte Castalia”. In questo luogo si fermavano a declamare versi, scrivere poesie, recitare componimenti: intendevano così ricreare un movimento letterario che chiamarono Arcadia, si chiamarono “Pastori Antellesi” e si attribuirono nomi mitologici e agresti Sempre Casprini fa notare che la famosa Accademia dell’Arcadia sorgerà a Roma solo cento più tardi. Il protagonista di questo gruppo fu proprio Michelangelo Buonarroti il Giovane – poeta, scrittore, scienziato – di cui all’inizio del poemetto Orfeo in Fonte Santa si riporta “L’epigrafe per la Fonte dei Baci”.

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