“Contro”: L’area di Broca, n. 76-77

L’ intervento di Gabriella Maleti: “Tempi d’oggi: pomeriggio dal sciur poeta”

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Gabriella Maleti

Tempi d’oggi: pomeriggio dal sciur poeta

La povetessa-giornalista Daina Cavola arrivò alla casa campestre del ricco povetesso Pipien Le Bien, stecchita e diafana. Appena giunta si guardò attorno pomellando gli occhi in qua e in là: c’erano già molti ospiti che girellavano nell’antistante campo di Pipien Le Bien, al centro del quale era stato issato una specie dii palco coperto da una lastra di ghiaccio dello spessore di 25 cm, che mandava bagliori accecanti e ambidestri, in onore naturalmente della poesia. Povetesse ospiti si dondolavano tra gli alberi, osservando, spiando, spillonandosi a vicenda l’un l’altra, alle spalle, con puppe bricellose soriane. Sorridevano sul nulla tra le frasche che circondavano la dimora del Pipien, quando ecco: improvvisamente, proprio lui apparve, come portato da un soffio di vento, il soffio pedemontano del suo dedree. Era accompagnato dall’ormai inseparabile zia sua Cocca De’ Cocchi in Gàttari (nome d’arte), alias Butirra Sperlonga, vestita da uomo. Gli occhialetti della zia Cocca mandavano (pure loro) lampi di luce, mentre il povetesso Pipien, in verità un rudere cunt i ball ai geneùgg (le palle ai ginocchi), si mise a correre pietosamente (come del resto faceva spesso), lungo il campo, con gridolini vizzi, invitando la zia Butirra a inseguirlo. Questa lo seguì a malincuore in salti infingardi e sgraziati. Intanto pensava: “Varda cossa me tocca, varda cossa me tocca far per guadagnar qualche sgheo!” “Zia Cocca, vieni, rincorrimi”, ripeteva nel mentre il birichino Pipien, recitando tra le frasche, a voce alta, qualche suo indimenticabile verso. A metà poesia si fermava di botto, ordinando alla zia Butirra vestita da uomo: “Ora continua tu! Vediamo se ti ricordi!”. La zia Butirra, che gli faceva da critico insigne, spillandogli per questo fior di quattrini, non si ricordava un cazzo delle poesie del povetesso e, col fiato grosso, sparava a caso qua e là parole che finivano in “or”, sperando di azzeccare qualcosa: Lucor, tremor, amor, dolor…”. “Ma no, ma no!”, si stizziva Pipien volgendo il capo a puppa, “possibile tu non ricordi i miei versi, zia Butirra? che cosa ti pago a fare?”. “Ma sì che li so, ma sì che li so”, chiocciava la Cocca senza fiato, inseguendo, tette al mento, di corsa il Pipien.


Intanto erano arrivati altri povetessi e altre povetesse, nonché molti spettatori e anche qualche curioso. Daina Cavola stava alloppata per il lungo appresso a un tronco d’albero, e si umetteva le labbra scartabellandosi pigramente e noiosamente con un amico povetesso e un amico giornalista di culo. Ogni tanto ella miagolava le su’ stronzate e arzava gli occhi al cielo, altre volte li abbassava anfamona pe’ guardà se l’altri la guardavano. Diceva la Cavola all’amico giornalista di culo, facendo la romana: “Embè, che stai a scrive pe’ la pagina de la Curtura? Me raccomanno, fa’ un bel pezzetto al nostro Pipien: nun vale ‘n cazzo ma cià sordi… Capito?” Poi continuò alla napoletana, ridendo: ” Nuie simme a nozze, accà!”. “Che te pare? E no-o? Stamo come sorci in der gruviera!” ghignò ivi il giornalista di culo. L’amico povetesso, Pallore D’indivia, che fino ad allora aveva guardato livido attorno, sbottò: “O, ma ’sta Cocca De Cocchi, chi l’è? Perché la si veste da omo se l’è di già ‘n’ omo?”. “Ma che omo!”, racchiò la Daina Cavola, “l’è un omo vestito da donna!”. “Ma se l’è vestita da omo!”. “Per l’appunto!”. “Ma che appunto?”. “O, insomma, basta! Mi son stufata!”, sbottò la Daina. “Vanno a letto insieme, lei, la Butirra, col Pipien”, rivelò allora cauto il giornalista di culo. Continuò, in milanese maccheronico: “Pipien se la tien perché el spera de pubblicà i sò strunzad cunt un gross Editurun, vist che la zia Butirra la cià mani in pasta”. “E che, nun se sapeva?”, rise ironica, rifacendo la romana, abbrigliandosi alla bocca una sigaretta Diana la Daina Cavola. Poi fece un verso da civetta anemica prima di sbolfrire fuori il fumo.


Nel mentre, svolazzando tra l’erba come una farfalla bolsa, Pipien, finì con entrambi i piedi in una materia sospettosamente molle. Di subito s’arzò vivido un odore irrispettoso di merda. “O che l’è vesta cosa qui?”, inorridì il povetesso, guardandosi le scarpe di vitella. La zia Cocca, alias Butirra disse subito: “E l’è merda!”. “O dio bono”, fece il Pipien, ” o come mai l’è qui, nel mi’ campo?”. La Cocca fece una smorfia rivelando tratti da uomo: “È l’invidia, mio caro, magari l’è stato il cane dei vicini mandato apposta qui! varda cossa può far l’invidia: te ga i piè pien de merda, Pipien! Corri de drio de ca’ e va a cambiarte, va’!”. Pipien, con la sconcezza sua, attaccata simil a morbo, corse gattoni per non farsi vedere. “Chi è quell’ombra?”, chiese una povetessa in adorazione dei campi. “Non le sembra di riconoscerlo?”, fece poi a un ospite lì vicino. Il Pipien, balle a terra, filava come il vento. ” Dev’esse ‘na volpe…”, buttò lì l’ospite con voce roca, fingendo di scrutare lontano con una mano alla fronte. “Ah, le volpi!”, diss’ella ispirata, “riuscirò mai a vederne una da vicino, così rosse, così fugaci, così libere, così… così vere, così…”. “Aho!, a buzzicona!”, fece il vicino, “chi sei? che c’hai? Sta’ un po’ zitta!”.


Intanto la folla di invitati, spettatori, povetessi e povetesse rumoreggiava, scandiva, battendo le mani a tempo: “Pi-pien Pi-pien! Pi-pien!”. Allora, la zia Cocca Butirra, in quattro salti sportivi, fu alla scala di corda maschia che serviva per salire sul palco e, detto fatto, si issò a furor di muscolose gambe, e da avventizia a marine fu sul palco di ghiaccio che già gocciolava ampiamente, disfacendosi esso in bagliori poetici accecanti e oceanici. Giunta miracolosamente al centro s’apprestò a parlare, ma: “Pipien-Luce”, cominciò a gridare il popolo, “Quando arriva la Luce? Lu-ce, Lu-ce! “Un momento di pazienza !”, urlò Cocca De’ Cocchi, “abbiate fede! Intanto vi leggo una sua poesia, calmi!”. “Vogliamo Pipien!”, urlarono a una sol voce gli spettatori. “Dov’è Pipien? Lu-ce Lu-ce!”. Il solito provocatore (ce n’è sempre uno) urlò, ghignando: ” E se so’ scordati de pagà la bolletta! Ah! Ah!”. Cocca De’ Cocchi, allora, si tolse una scarpa ronfiante li formaggini suoi e la lanciò inviperita tra il pubblico. “Ingrato!”, urlò fuori di sé allo sfacciato. Continuò: “Così se tratta Pipien Le Bien?”. Poi un silenzio di ghiaccio, improvvisamente, la fece da padrone. Sul palco luccicante era apparso, come per incanto, Pipien, il povetesso. Per apparire così magistralmente era stato fatto scendere dall’albero accanto al palco, retto, il Pipien, da due gorilla, in un gioco geniale e povetico di funi. Il silenzio con cui venne egli accolto aveva del magico, tramutandosi poi in religioso. Lo si poteva anche fare a fette. Qualcuno dei presenti pregò dentro di sé ringraziando Dio, e mentre una luce sovrana andava a colpire proprio la zucca del Pipien, ecco che un boato Celeste di approvazione fece sussultare i presenti. Qualcuno si terrorizzò ed ebbe urgenza d’andare al cesso, mentre gli alberi erano squassati dal vento. “Icché ll’è?” fecero in molti, spaventati. La folla ondeggiava. Allora prese la parola la zia-critica Cocca De’ Cocchi che rassicurò la folla. “Non riconosete la potenza del vostro poeto Pipien? E io, zia Cocca di lui, vado a cominzar la letura de tute le sue poesie, ma propio tute, tute, ve digo. Tute. Casso”. A questo punto Daina Cavola, si decise: ora o mai più: con passo fermo s’avvicinò al palco di ghiaccio e come un sol uomo, invece di salire la scala di corda che penzolava dal palco gocciolante, iniziò ad arrampicarsi (la poesia è anche selvaggia) su per uno dei quattro pali che lo sostenevano. La folla ammutolì. Rabbrividì. All’interno di un folto mormorio, che si tramutò poi in ammirazione, si udivano i gemiti della scalatrice al cubo Daina che, incurante dei graffi, della fatica e del sudore e del dolore, si attorcigliava vieppiù al palo. Lo circondava con le su’ coscette de pollo fatte d’Apelle figlio d’Apollo. Finalmente, ansante, ferita, disfatta, la lingua fuori, stava per giungere in dirittura d’arrivo. Pipien Le Bien in persona si precipitò ad aiutare l’impavida per l’ultimo sforzo, paciugando anch’egli fino alla caviglia nel ghiaccio trito. Daina, sudando sangue, alzò la gamba destra per issarsi sul palco e le si videro le mutande: sopra di esse parevano scritte delle formule: mannò, guardando meglio erano ambi, terni, quaterne e tombole. Erano mutande piene di ambiscions e qui, naturalmente, com’è costume d’oggi, scrosciò l’applauso. Daina Cavola, barcollando mezza mbriaga, alzò due dita a V ad indicar vittoria, poi, per arsorarsi, si buttò senza ritegno sulla superficie che fu di ghiaccio, avvoltolandosi come coscion in quel picio pacio, inzuppandosi da capo a piedi, ma, perbacco, finalmente accanto al Pipien. Col sangue e col sudore s’era guadagnata quel posto. Il Muso povetesso allora aiutò la Daina a sollevarsi, indi l’abbracciò, eleggendola all’istante a Musa titolare dell’ambient. Allora alcune donne povetesse incinte svennero e uomini con la prostata in difficoltà mollarono. Si giunse anche a qualche eccesso, infatti si udirono preghiere. Ma si levarono anche voci “contro”. Una voce roca, infatti, urlò: “Ahò, ma chi sei? a Pipien, da dove sii arivato, che vòi! ma chi t’ha mannato! Ma chi te vole!”


La zia Cocca, tirandosi su le pocce e alquanto indispettita, cercò di cominciare la lettura dei versi del povetesso, ma la folla rumoreggiava, piangeva, rideva e si lamentava. Si udì anche una voce solitaria che cantava “Bandiera rossa”. Molti dicevano: “A Pippien, nume, famme pubblicà! Nun conosci quarche editore? E sì che li conosci! C’ho tante poesie da pubblicà, aho! Pipien Epu…”. Altri, compunti, imploravano: “Di’ una parola, Pipien, e la mia raccolta sarà pubblicata!”. Si videro povetesse in ginocchioni. “Nume, Nume, volgi lo sguardo a noi, tu che conosci tanta gente importante, non ci abbandonà! Abbiamo casse piene di poesie, non ce lascià in ’sto tormento, a Pi! Pipien, Popien! Puppo! Pappo! O Poppo!”


Epu allora si spaventò a morte. “Avete fame? Avete sete? Dite!”, cominciò a urlare tremante. La folla andava rumoreggiando sempre più. Fu uno spuntar di mani, mentre molti si strappavano i capelli. Altri minacciarono di cavarsi gli occhi. A un cenno febbrile del Pipien, allora, apparvero di corsa, tallonati da cani mastini travestiti da povetessi, servitori negri in bianco che, entrando a piè pari in quella granita lercia del palco, iniziarono a lanciare tocchi di pan secco sulla folla eccitata. Vi fu un boato e un magna magna generale. Uno scricchiolar di denti e un volar di dentiere. Il palato di molti si vestì di sangue. Tutti erano chini a raccogliere il pane secco di Pipien, tutti a rosicare. Meglio quello che niente. Pipien Le Bien allora ne approfittò per indietreggiare in passi che volevano apparire di danza maldestra, ma che erano invece di terrore, eclissandosi, seguito dai mastini povetessi che alzando alti spruzzi di melma gelata si rimisero a inseguire i servitori negri che faticavano a levare i piedi da quel troiaio. Scapparono senza dignità anche Cocca e Daina. La Musa Daina, con gli occhi di fuori, lercia e spettinata come profuga, si augurò di non incontrare Bossi, mentre la zia Cocca alzava i tacchi sibilando qualcosa di irripetibile. Poi, piano piano, si fece silenzio. Qualcosa di irreale. Il palco era diventato un campo indecente di mota. Il popolo stette immobile per qualche momento, poi molti si guardarono attorno. Infine, stanchi - chi ruttando, chi petando, chi raccogliendo denti e dentiere - volgendo un ultimo sguardo indietro, tutti, se ne andarono.


Scendeva una sera povetessa. Una sera nera nera.

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