
Roberto Mosi, Florentia, Gazebo Libri, Firenze 2008, pp.56
Primo premio assoluto al 2° Premio internazionale Villa Bernocchi 2009
Presentato alle Giubbe Rosse il 26 novembre 2008
- Recensioni di:
Maddalena Caparbi -Roberto Carifi - Nicoletta Corsalini - Elisa Davoglio - Sandro Gros-Pietro - Roberto Maggiani - Roberto Mannacio - Luciano Nanni - Plinio Perilli - Silvia Ranzi - Valeria Serofilli - Antonio Spagnolo ( testi in: www.literary.it)
- Note critiche brevi:
Giuliano Ladolfi - Angelo Gaccione - Fabio Simonelli (testi in: www.literary.it)
. * * * * * * * * * * * * * * * * * * *
Florentia
.
Il testo del libro
.
.
Introduzione dell’autore
Attraverso le piazze
ricerco pagine di storia,
immagini di vita,
l’idea della bellezza.
Questa raccolta di poesie è il ritorno a Firenze, la mia città, per incontrarla ancora una volta e per dichiararle il mio amore. Vivere a Firenze è una fortuna. E’ immediato il dialogo con la bellezza. Rifuggo da un atteggiamento di semplice godimento estetico del patrimonio che abbiamo avuto in eredità. Mi piace pensare all’idea di una bellezza come luogo d’incontro, come laboratorio nel quale gli infiniti punti di vista delle culture dei popoli, delle forme dell’arte dialogano fra loro, continuano a ricercare nuovi percorsi di senso e di prospettiva.
La mia ricerca parte dal vivere giorno per giorno questo patrimonio complesso e fragile, sia nella città murata che nel paesaggio delle colline. Sembra naturale avvicinarsi leggeri, in punta di piedi a questa storia, per continuare ad ascoltarne le voci e fissarle in versi di poesia. Si tratta, in definitiva di un lavoro di scomposizione e ricomposizione della vita della città. Il nome Florentia, scelto per questa raccolta, svela questa intenzione. Fui felice quando pochi decenni or sono, tolte le lastre di pietra del Settecento da Piazza Signoria, comparvero le vasche (fullones) per la tintura dei panni insieme ad altre costruzioni del I secolo a. C. e dei secoli successivi, chiari segni delle origini romane della città e di una storia legata, secondo il significato del nome, alla fertilità del terreno e, mi piace pensare, alla sua vocazione di luogo fertile di idee. Gli scavi di Piazza Signoria davano un’ulteriore conferma dell’errore di fermarsi al Rinascimento, di partire da questa epoca per costruire l’intero volto di Firenze, con il risultato, spesso, di perdersi nelle vie della retorica.
La raccolta esprime appunto l’interesse ad incontrare Firenze come persona viva, in carne ed ossa, nella sua interezza. Di questo incontro deve far parte pagine di storia recenti che sono poste ai margini, come la memoria del lavoro e della vita di quotidiana, perché non se ne disperdano i segni, si tratti della storia della Galileo o della Manifattura Tabacchi, delle condizioni di povertà di intere fasce sociali o dei mestieri più umili. Trovo che le forme delle piazze e delle strade del centro della città, sono uniche e ogni volta che le attraverso, scopro qualcosa di nuovo insieme a scene di vita, a voci stonate in un paesaggio umano in forte cambiamento. Di questo paesaggio in trasformazione la poesia ne può, anzi direi, ne deve parlare. Come sappiamo il linguaggio della poesia è qualcosa di speciale, coglie, di solito, l’aspetto essenziale, autentico, delle cose, con l’aiuto di tutti i nostri sensi. Ha la capacità di arricchire lo sguardo di tutti noi, di guardare nel profondo, di stabilire relazioni insolite fra persone, fra ieri e oggi. Mi accorgo che nel mio modo di guardare oggi è rimasto qualcosa dei giochi dell’infanzia, come quello di contare i passi attraversando una piazza, di fermarmi sui particolari più strani, come le sessanta api in rilievo su un monumento, e partire da questi per costruire le storie più fantastiche.
Sullo sfondo dei luoghi classici del Rinascimento, sorprende, a volte, la presenza come ferite, di scene di miseria, di degrado. Sul taccuino che porto con me ho fissato la figura di giovani immigrati che vivono di notte, in maniera precaria sotto un ponte, poi al mattino con abiti da festa vanno alla conquista della città; l’immagine sullo sfondo di una chiesa rinascimentale, di un vecchio barbone che zoppicando trascina un carrello con le sue cose; i tratti di una vecchia compagna dei banchi di scuola che vive ai margini della città, alla stazione. Camminando per le strade rimbomba anche la voce della follia, ha le parole dell’uomo fermo all’angolo della via o della donna affacciata alla finestra. Per me le mani che battono ai vetri della nostra automobile, sono il segno più forte del dolore, delle richieste d’aiuto che attraversano la città, che giungono da molte parti del mondo. Tutti siamo partecipi di questi fenomeni, accadono intorno a noi giorno per giorno, momento per momento. Intorno alla stazione si svolge una battaglia particolare, fra i tutori dell’ordine e i nuovi arrivati. Sono drastici gli interventi per ripulire i cosiddetti nonluoghi, quando la città è sotto gli occhi di tutti per l’arrivo delle autorità nazionali di rilievo. Fra le voci, i rumori della città particolare risalto ha quello dell’Arno in piena, uno spettacolo per i fiorentini di particolare suggestione e fonte, come noto, di rinnovate paure. Vediamo in particolare che le piene trascinano una massa incredibile di detriti, di vari tipi di residui prodotti dalla società che si accumulano lungo le rive del fiume. E’ uno degli aspetti del degrado che richiama a precise responsabilità civili, personali e collettive.
Credo che ci possa essere un preciso spazio nella comunità per la voce della cosiddetta poesia civile, di denuncia, di richiamo a principi fondanti di solidarietà, di salvaguardia del nostro ambiente, per contribuire a superare, da parte dell’individuo, stati di paura e di sconforto. Si vede, d’altra parte, che il potere è in grado di trovare risposte “facili” nei confronti di persone deboli, forte del consenso dei cittadini più in vista della città, in una società spesso afona, senza voce.
Può essere di conforto avere a portata di mano, con il nostro taccuino, i colori della memoria. Senza memoria si vive in un presente indistinto nel quale prevale la paura dell’altro, emerge facilmente il sonno della ragione. Credo che per il discorso poetico sia naturale stabilire una stretta relazione fra ieri e oggi, fra le nostre radici – spesso di emigrazione, di miseria, di persecuzione politica - e le speranze di oggi. vistando fra gli arnesi della memoria salta fuori il ricordo della “classe operaia” e pare un bel gioco – o è una cosa seria? – contrapporlo al mondo delle Giubbe Rosse, “tempio sacro” della poesia.
Mi accorgo che molte pagine presentano i toni grigi dell’epoca che stiamo vivendo. E’ naturale ricercare le ragioni della speranza, dell’amore, nutrimento primo della poesia. Mi limito per questo a ri-ascoltare le voci delle migliaia di giovani che sei anni or sono invasero i viali di Firenze in occasione del Social Forum. L’immagine della speranza prende la forma di un ponte fra i nostri giorni e il domani. Chiudendo il quaderno di appunti su alcune delle voci che animano la vita di Firenze, mi accorgo ancora una volta che il filo che tiene uniti molti fogli fra loro è l’allegria contagiosa dei bambini, quello che vediamo nei loro sguardi innocenti. Per mille versi vorremmo cantare il senso, la gioia che ci trasmettono, vorremmo che il suono delle loro risa, dei loro giochi fosse sempre più al centro della vita della città.
.
Florentia
.
Santa Croce
.
Geometrie evaporano
da piazza Santa Croce
linee fuggono
dalle strade affollate di case
il cerchio
dei bambini la sera
le ellissi delle rondini
in volo radente
il punto di marmo vestito
delle vesti di Dante
il quadrato dei turisti seduto
sulla scalinata
il segmento blu libero
dalla retorica della Chiesa
la linea retta della palla
calciata al centro della piazza.
.
.
L’Annunziata
.
Sulla strada di casa attraverso la sera
piazza dell’Annunziata.
Novanta passi è lunga la piazza
trenta le colonne, otto bambini
in fasce, tondi bianchi di smalto,
sessanta le api per il Granduca.
Sotto la loggia degli Innocenti
la ruota, la prima figlia esposta
aveva il nome Agata Smeralda.
Sotto la loggia dei Serviti lunga
la fila dei poveri per la minestra,
giovani fumano pensosi.
Nell’ombra corpi stesi
fra coperte, nel cassonetto
la donna cerca cose dal fondo.
.
.
Santo Spirito
.
Le tende dei banchi
volano gonfie di vento,
i vestiti appesi roteano
come pupazzi,
onde attraversano la piazza,
si agitano nastri nei capelli
delle donne: il fare lento
della domenica mattina.
Sulla pietra dove cadde
colpito Potente
un vortice di foglie: “Non
appoggiate le biciclette
al muro”, dice il cartello
sotto le tre grandi schegge di granata
infisse nel muro.
La facciata della Chiesa
contrae le ali
nell’armonia delle volute.
.
.
Via Larga
.
Il corteo dei magi lascia
l’affresco della Cappella,
scende le scale, appare
in vesti sontuose nella via.
Sulle cavalcature i sovrani
della città, della provincia,
il grasso sceriffo: portano
in dono la stizza, il genio
fiorentino, l’arroganza.
Li circondano cittadini,
i mercanti più ricchi,
i giocatori del calcio in costume,
il capo dei tassisti,
cinque famosi cuochi.
Nel paesaggio di colline
angeli in volo, gruppi
di pastori, lavavetri
le braccia incrociate.
.
.
Il mercato dei cenci
.
Volano via i nomi
dalla mente, le celle abbandonate
hanno ancora l’immagine delle cose
una volta appese alle pareti.
Se il nome riemerge
è festa, l’incontro
con l’amico ritrovato.
Al centro s’innalza
la dimora dell’Io.
Fra poco o molto,
volerà il suo nome.
.
La Stazione
.
E’ arrivato dai paesi dell’Est
lo stormo di uccelli migratori,
la notte dormono in stazione.
All’alba raccolgono gli averi,
nascondono i cenci fra i rami
in mezzo ai nidi dei piccioni,
sopra i chioschi delle aranciate.
Uccelli vestiti da spazzino
al mattino afferrano i sacchi.
La sera si cerca un altro riparo
più vicino ai nidi delle rondini.
.
.
Sui marciapiedi di Firenze
.
Dormi fratello
disteso sul marciapiede
la valigia ai piedi delle coperte:
stiano lontani i cani,
l’automobile della polizia.
Nella casa tre piani più in alto
mi giro nel letto: questa sera
ho scoperto il tuo giaciglio.
Ricordo la terra oltre il Danubio,
la luce degli affreschi
sui muri dei monasteri.
Dormi fratello
Sulla chiesa di Voronet
l’affresco dei condannati
alle fiamme dell’inferno.
Quelli del nostro tempo
giacciono sui marciapiedi
delle città d’occidente.
.
.
Il Casone dei poveri
.
Alle porte di Firenze
s’innalza il castello dei miei antenati,
il Casone dei poveri.
Passo veloce davanti al portone.
Un giorno salirò le scale:
nella cucina nonna Fosca in piedi
come una regina, il soffietto
e la forchetta in mano,
il profumo delle patate
sul fornello a carbone.
Respiro forte l’aria
di questa reggia, i panni ad asciugare
il bagno sulla terrazza
il lavatoio nel cortile.
La nonna riprende il filo
del racconto, parla
di giorni d’allegria,
di quando ospiti
a tavola, da principesse,
fame e miseria.
.
.
Remember thee ?
Ay, thou poor ghost, while memory holds a seat
In this distracted globe.
William Shakespeare
.
La Manifattura Tabacchi
.
Tosca mi guida per un varco
dall’argine del Fosso Macinante
dentro la fabbrica abbandonata.
Sedici compagne attendono
al centro del piazzale, uscite
dai sedici fabbricati a raggiera.
Ogni donna narra una storia,
Federiga ricorda un’immagine:
il portone della fabbrica si apre,
mimose avanzano,
le sigaraie escono cantando
per la festa dell’otto marzo.
Si accende il viso di Delia:
la sirena, è lo sciopero, sassi sui fascisti
entrati nel piazzale.
Federiga e le compagne tornano
a difendere il silenzio della fabbrica.
Tosca mi porta al varco nel muro,
fra i cespugli sull’argine del fosso:
“Parla delle idee che abbiamo vissuto,
tessi il filo della memoria”.
Scorrono le acque
del fosso, talpe si dirigono
verso il Centro, sulla discarica
giace un manichino, una maglia
rosa, topi si agitano
nelle cavità degli occhi.
.
.
Lungarni
.
Da tutto il mondo
arrivano pullmann
sulle rive dell’Arno:
Educational Trips
Rumenian Lines
Giotto Viaggi
Globus Holidays
ταξίδι
Voyages de la Citè
Viaggi di Sogno,
Full Travel.it,
星际旅行
Cathay Pacific Airways
Transp. General Comes,
Linesur, Sita, Cap
Transportes de Viajeros
Worldwide Wikitravel
مع السلامة , اللة معك
Terravision.eu
Happy Holidays
Per tutto il mondo
partono pullmann
dalle rive dell’Arno.
.
.
Piazza della Repubblica
.
Il salotto buono di Firenze
appare in bianco e nero,
i colori delle storie di Vasco:
le tute blu arrivano da Rifredi
la polizia è schierata, sbuca
dai portici la camionetta,
picchiano forte i manganelli,
si grida in coro pane e lavoro.
Le Giubbe Rosse sono sbarrate,
i poeti scomparsi.
La musica è delle sirene,
i versi le urla degli operai.
.
.
L’anello dei viali
.
Dieci novembre, duemila e due.
Le piazze del centro
respirano paura,
alle vetrine barriere per scudo,
sul cartello: “chiuso per lusso”.
La polizia è in assetto di guerra,
gracidano le radio.
L’anello dei viali
ride dell’allegria dei giovani
giunti dagli angoli del mondo
per dipingere il sogno della pace.
.
.
Porta al Prato
.
Vola in grandi cerchi l’aeroplano di carta
lanciato dalla terrazza,
un foglio ripiegato, con i versi
della poesia, un colpo di vento
solleva il muso in alto, in alto,
Marta batte le mani, ride felice.
L’aeroplano d’acciaio arriva improvviso,
il rumore squassa la corte,
trema la casa: “Nonna valigia”
un grido, poi le bombe
sulle officine di Porta al Prato.
Sull’asfalto della strada plana
l’aeroplano di carta, lo raccoglie
un ragazzo, legge i versi stupito:
“Vola in grandi cerchi l’aeroplano di carta
lanciato dalla terrazza,
un foglio ripiegato, con i versi
della poesia, un colpo di vento
solleva il muso in alto, in alto,
Marta batte le mani, ride felice.”
.
.
Le Cure
.
Sessanta olive nere
ha regalato novembre
sul balcone sospeso
fra Fiesole e Le Cure.
Sessanta olive nere
coglie Marta dall’olivo
una ad una, le mani
grandi come le foglie.
Sessanta olive nere
da spremere per gli
animali della fattoria.
Sei cucchiai d’olio
per il papero e il bue
per l’asino e il cavallo.
.
.
L’orchestra volante
.
Scivola la bicicletta,
attraversa le piazze,
Marta è sul sellino davanti,
il casco rosa,
cantiamo forte
e voialtri bersaglieri.
Ad ogni strofa suona
la tromba, facciamo
un’orchestra volante,
la gente guarda,
ride, scuote la testa.
Mi sembra che le ruote
si stacchino da terra,
si alzino in alto. E’ tutto vero
o siamo nel sogno?
.
.
D’agosto
.
L’agosto porta il silenzio
l’ascensore è immobile
gli appartamenti vuoti.
Porta il temporale,
le cantine allagate,
uno strato di melma.
L’agosto porta messaggi
dalla Norvegia: Marta
ha visto giocare le foche.
.
.
Le rificolone
Ona ona
oh che bella rificolona
Alta la rificolona,
sibilano intorno
cannucce di carta,
urlano i ragazzi,
le mamme porgono
batterie di munizioni pronte.
La rificolona prende
fuoco, un rosso falò,
sull’asfalto rimane
un tizzone annerito.
.
.
Strade
in festa
Scoppi di luce
tutti i regali
hanno aperto
la pancia
piatti
sotto
. le carte
fogli
di ogni colore
. . . respirano le luci
dell’albero
bicchieri in alto
Marta ritta
sul tavolo
batte le mani
ride assediata
dai flash
come una diva
Le luci dell’albero
s’inseguono
quattro colori
fasciano la stanza
brillano negli occhi
di Marta - lei sgambetta,
ride felice
.
.
Un castello incantato
.
Bum ba, bi bi, co co, grash, grush
Dove nascono le parole dei bambini ?
C’è un castello incantato sulle nubi,
tre vecchiette e un salotto in stile,
bevono Martini rosso con tartine.
Dalla torre scrutano brille i bambini
mentre cuociono le parole sul fuoco:
nella pentola grande bolle ma-mma,
nelle altre nubi di sillabe colorate.
Un passero prende i suoni col becco
li fa cadere nella bocca dei bambini.
ma-mma, cin cin, ba ba, bumba.
Dove nascono le storie dei nonni ?
.
.
Uno strano convoglio
.
Sul prato dei sogni di Marta
non danzano fate benigne,
ti svegliano spesso i dolori
di pancia, piangi appoggiata
sul vaso fra water e bidet.
Ti tengo la testa fra le mani,
passerotto bagnato,
il capo ciondoloni.
Parte ogni volta uno strano
convoglio, io davanti, tu dietro,
la nonna Giovanna e Arturo,
il gatto tutto assonnato.
Le braccia sono stantuffi,
tù tù, la partenza dal bagno,
le fermate, l’arrivo in terrazza,
si alza il coperchio, barabumba
il pannolino giù nel secchio.
Quanti viaggi, Marta, per i tuoi
venti mesi, il tù tù della cacca,
fra profumi, fischi e risate.
.
.
Il vicolo delle Brache
.
Raffiche di vento,
trema la finestra accesa
per la veglia al moribondo.
All’angolo della piazza
Federigo, il catalogo
per le esequie in mano,
pronto a correre per primo.
Sopra lo spiovere scuro del tetto
un angelo bianco
muove le ali, vicino
un angelo nero,
la coda sporgente.
All’alba la corsa
per afferrare l’anima, il corpo.
.
.
La via del carcere
.
Segna il nostro passaggio
il rumore dei chiavistelli
delle grandi porte di ferro.
La luce è quella degli sguardi
che si incrociano, interrogano,
prendono le misure dell’altro.
Il calore è nella voce di Paola,
al centro del refettorio canta
accompagnata dalla chitarra.
La bellezza nel volto delle ragazze
piovute da mondi lontani
che battono lievi le mani.
La visita ha il colore della musica.
.
.
Le strade di San Salvi
.
Maria alla finestra
chiama i passanti,
urla ai rumori,
parla di storie d’amore.
Eri l’infermiera
nei reparti del manicomio.
Abiti oggi il mondo dei folli,
le tue parole incrociano
storie di donne legate alle corde dei letti,
docce gelide, elettroshok per cura.
La finestra d’improvviso
si chiude, rimane l’eco
sospesa sui gas dei motori.
.
.
Campo di Marte
.
Il treno si ferma.
Sulla panca vicina
alla sala d’aspetto
una donna, i lunghi
capelli grigi, parla tenera
con un uomo
tenendolo per mano.
Riconosco il volto
di una lontana
compagna di scuola:
“Vive alla stazione
di Campo di Marte”,
qualcuno mi ha detto.
Il treno si muove sommesso.
.
.
Nebbie all’Osmannoro
.
Spirali di nebbia
il respiro dei fossi putridi.
Fari rossi,
l’angoscia del nulla.
Alla curva svaniscono
i fanali. Mi fermo.
Il corbezzolo ha frutti
che si sciolgono in bocca.
Il corpo galleggia nell’aria.
Arrivano altri fanali,
si spengono.
Mani afferrano i frutti.
.
.
“Alla Chiesa di San Donato della Torre, e ai servi di Dio che la custodiscono, concediamo che siano esenti da ogni onere”
Federico Barbarossa.
“Nel giardino della Torre degli Agli maturò il primo frutto di limone che per la singolarità del suo ibridismo ebbe il titolo di bizzaria”
Emanuele Repetti
.
Novoli
.
Il suono delle chiarine
accoglie il corteo di nozze,
la principessa d’Austria, sposa
promessa, giunge a Novoli, alla villa.
Striscio oggi lungo i muri lontano
dalla folla dei motori
per il quartiere di Novoli,
stanza di sbratto della città.
Scopro ancora ombre di storia
fra monconi di cemento,
il convento raggiunto
dall’imperatore Barbarossa,
il parco dei principi giunti dall’est.
Al crocevia di San Donato
s’innalza la mole della ciminiera,
vicino il palazzo dell’Università:
sono belli i ragazzi, le ragazze,
li vedo muoversi allegri, riflessi
sulle pareti di vetrocemento.
Dove scambieranno oggi le loro
tenerezze? Conoscono le ombre
dei gasometri sui vetro appannati
dell’automobile?
.
.
“…/flimmertmder Fluss,/flammet die Flut,/umfliessen wir tauchend/tanzend und singend/ im seligen Bade dein Bette!/Rheingold!/Rheingold!/Rheingold!”
Richard Wagner
.
L’oro del fiume
.
Corro
incontro alle colline sulla riva
del fiume, le spalle alla città,
a fianco una folla che va di corsa,
giovani allegri, cani al guinzaglio,
fra amici, aironi sui massi,la nutria pensosa, germani sospesi sul filo della pescaia.
Corro incontro alla città.
Gli ultimi raggi del sole
coronano la Cupola di rosso.
Al centro cerchi di onde:
in queste acque abitano le figlie
del fiume, custodi dei nostri tesori.
.
.
.
Oltre Florentia
.
.
.
.
Il rifugio di Fonte Santa
.
Una bandiera rossa
nascose nonno David
fra i muri del rifugio
nel bosco a Fonte Santa.
Rossa sventola dalla finestra
per la libertà ritrovata.
Bandiera rossa
sulle spalle di Costanza
nel corteo di compagni
per le strade di Milano.
Una bandiera rossa
sullo scaffale più alto
avvolta dal silenzio del tramonto.
.
.
Le colline di un altro mondo
.
Da Asmara ad Adis Abeba
mi ha portato il racconto
di Bruno,
conosco l’andare del mulo
per gli altopiani
al passo lento dei soldati,
l’assedio di Ailè Selassiè,
l’assalto per la collina fino
alla mitragliatrice, i villaggi
abitati da sguardi nemici,
i segni delle pulci perforanti
sulla pelle degli stinchi.
Il racconto si è fermato
mille volte nel villaggio
fra erbe inzuppate di silenzio,
una strana palla di capelli ricci
raccolta da terra,
la testa di un bambino,
parola muta della strage
di uomini in camicia nera.
.
.
Bivigliano 1952
.
Giardini misteriosi.
A sera il suono delle feste
avvolge Bivigliano.
Nella pensione il tempo è sospeso
fra profumi di campo
e odori di tegami sul fuoco.
Gira la giostra nella piazza.
Dai cartelli balzano fuori la ninfa
Profumo Paglieri, le gambe velate
da Calze Omsa. Il giradischi suona
Papaveri e Papere.
Macchine arrivano e partono
per Firenze. La Lancia Ardea
scivola fra gli alberi
oltre le ultime curve delle colline.
.
.
L’Arno in piena
.
L’esercito di plastica corre sulla riva destra
dell’Arno, salta nel rombo della Pescaia,
sosta nell’ansa del fiume. Prendono fiato
bottiglie, corde, bambole storpiate,
girano, poi riconquistano la corrente.
Al centro della piena la corsia più veloce
trascina l’artiglieria pesante,
tronchi, misteriose carcasse.
Sugli alberi i cormorani spiano stupiti.
All’Anconella l’esercito si allarga,
i soldati risalgono la riva,
poi s’incolonnano in squadre,
conquistano le pietre della città
inseguiti da strisce di olio.
All’alba giungono alla foce
bianca di spume, i gabbiani
volano in cerchio sull’esercito in festa.
.
.
Oltre l’Appennino
.
Il treno esce dall’Appennino,
raggiunge la periferia della città.
Nella carrozza visi stanchi,
computer accesi,
gli ultimi lavori del giorno.
Scorrono gli edifici
del binario uno, la mensa,
Mac Donald, la biglietteria
poi lo squarcio nel muro,
il bagliore della sala d’attesa.
Si dilata l’immagine: ventisette
anni fa: sono seduto, sabato due
agosto, le dieci e venticinque,
al tavolo di lavoro, ancora tre ore
per raggiungere un bagno
di mare. Piomba il foglio Ansa,
morti alla stazione di Bologna
e poi un cumulo di fogli, sono dieci
le vittime, sono trenta,
è una strage. Cinquanta,
settanta, si continua a scavare.
.
.
La strada per il mare
.
La strada per il mare
ha il sapore del sangue,
la curva fra gli alberi
la scena dell’incidente,
in ginocchio davanti
allo sfacelo, il tempo dei soccorsi
eterno.
Sull’asfalto il vento sfoglia
le pagine dei quaderni,
la scrittura, i disegni dei bambini.
La ragazza si scuote per l’ultima volta.
Sono di pietra,
urlo mute parole.
Il tempo non ha lavato
il sangue dalle mie mani.
.
.
Le colonie di Calambrone
.
Scivolano le tavole sulle onde
gonfie di libeccio, le vele tese
s’intrecciano sul mare, lontano
le isole, le navi al porto di Livorno.
Scivolano i ricordi,
la colonia è una nave arenata
fra le dune e il viale a mare,
la torre dell’acqua domina
le chiome dei pini e dei lecci,
segno scolpito del fascio.
Galleggiano nell’aria
i simboli del regime, in cerchio
vecchi fantasmi in camicia nera,
architetti e direttrici boriose,
maestre i fischietti a la bocca.
Irrompono i bambini
sulla spiaggia: io sono un punto,
la testa rapata su due grandi occhi celesti.
Rivive la valigia di cartone,
il corredo (quattro mutande,
tre magliette e un cappello),
il canto di cinquecento ragazzi
schierati sul piazzale.
Riconosco il suono del vento,
le raffiche s’infilano nei corridoi, scuotono
le porte delle camere, una ad una.
Le tavole rientrano dal mare.
La colonia si innalza come prua della nave.
Sul ponte di comando
sta per apparire il Comandante
per annunciare le sorti del mondo.
.

Un Commento
Certo che la passione è il motore di molte cose, ognuno secondo la propria indola la esprime in diversi campi, siamo fortunati di vivere in una città vitale, (io personalmente credo nelle contaminazioni culturali) un saluto.